Il Consiglio di Difesa trascina l’Italia nella guerra permanente
C’è un momento in cui le parole istituzionali smettono di essere “sobrie valutazioni” e diventano un atto politico di rottura. Il comunicato del Consiglio Supremo di Difesa convocato al Quirinale il 17 novembre è uno di quei momenti. In tre righe chiave si decide che l’Italia conferma il “pieno sostegno all’Ucraina nella difesa della sua libertà”, che questo si traduce nel dodicesimo decreto interministeriale di aiuti militari, e che il nostro Paese resta pienamente allineato all’Unione Europea e alla NATO nel progetto di riarmo e di guerra a tempo indeterminato.
Dietro il lessico ovattato dei comunicati ufficiali, però, c’è una scelta brutale: accettare che l’Italia non sia più un soggetto di pace ma un ingranaggio della macchina bellica occidentale. E farlo invocando la difesa della “libertà” mentre si sorvola sui vincoli costituzionali e si girano gli occhi davanti al genocidio in corso a Gaza.
La Costituzione stracciata con il sorriso
L’articolo 11 della Costituzione dice che l’Italia “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Non è una frase poetica: è il cardine dell’ordinamento repubblicano, nato sulle macerie del fascismo e della guerra totale.
Quando un organo di rilevanza costituzionale, presieduto dal Capo dello Stato, non si limita a “prendere atto” di una situazione di conflitto, ma “conferma il pieno sostegno” a una delle parti e inquadra questo sostegno in un decreto di aiuti militari, si compie un salto di qualità. Si passa dalla retorica dell’“aiuto difensivo” alla co-gestione strategica di una guerra che dura da anni, di fatto accettando la logica della co-belligeranza, anche se il termine viene accuratamente evitato.
Si poteva dire: l’Italia sostiene ogni iniziativa di pace, anche dura, anche scomoda per entrambi i contendenti. Si poteva dire: il nostro Paese non invierà più armi ma si farà promotore di una conferenza internazionale, di un cessate il fuoco, di un negoziato su sicurezza, neutralità, garanzie reciproche. Si è scelto invece di ribadire che il conflitto “non mostra segnali di distensione” e che, di conseguenza, è necessario rafforzare gli aiuti militari e “adeguare le capacità” europee alla guerra dei droni, alle minacce ibride, alla “dimensione cognitiva”.
Tradotto: non è un’emergenza, è una dottrina. Non è una parentesi, è il nuovo paradigma.
Il piano di Trump e l’Europa come carne da cannone
Questo allineamento non avviene nel vuoto. Con la nuova amministrazione Trump, il messaggio arrivato da Washington è stato chiaro: i confini pre-2014 sono ormai considerati “un obiettivo irrealistico”, l’ingresso dell’Ucraina nella NATO non è più una priorità degli Stati Uniti, e l’onere economico e militare del conflitto deve essere sempre più scaricato sull’Europa.
Il Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, che riunisce decine di Paesi donatori, ha visto negli ultimi mesi un progressivo disimpegno statunitense e una pressione crescente perché siano i bilanci europei a garantire flussi costanti di armi, munizioni, sistemi d’arma avanzati.
In questo quadro, il Consiglio Supremo di Difesa italiano sceglie di collocarsi nella posizione più subalterna possibile: non solo conferma il dodicesimo decreto interministeriale di aiuti, ma lo riveste di una legittimazione “costituzionale” e “morale”, trasformando una scelta di campo geopolitica in un dovere quasi etico.
Il risultato è paradossale: l’Italia si allinea a un piano che di fatto accetta la divisione dell’Ucraina, rinuncia a un negoziato serio sulla sicurezza europea e trasforma il nostro continente in un teatro di guerra permanente, mentre gli Stati Uniti orientano la propria strategia sulla competizione con la Cina, chiedendo agli europei di fare da cuscinetto e, se necessario, da sacrificabili.
Gaza, il genocidio reso invisibile
Sul fronte mediorientale, il comunicato del Quirinale “valuta positivamente il raggiungimento del cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi”, esprime generica “preoccupazione” per le vittime civili e si affretta a ribadire che le emozioni suscitate dai massacri non devono convergere in “quel sentimento ignobile che è l’antisemitismo”.
Ma non una parola su chi, da due anni, devasta la Striscia. Non una parola su Israele, sul governo Netanyahu, sulle decine di migliaia di morti, sull’uso deliberato della fame, della distruzione sistematica di ospedali, scuole, infrastrutture idriche ed elettriche. Secondo dati ONU, ministero della Sanità di Gaza e principali inchieste internazionali, il numero dei palestinesi uccisi supera ormai le 60–70 mila persone, in gran parte civili, con percentuali di donne e bambini che, in alcune fasi del conflitto, hanno raggiunto il 70% delle vittime verificate.
Inchieste giornalistiche basate su database interni dell’intelligence militare israeliana indicano che oltre l’80 per cento dei palestinesi uccisi a Gaza sono civili, e che decine di migliaia di famiglie sono state letteralmente cancellate, con un tasso di “danni collaterali” senza paragoni nelle guerre recenti.
Nel frattempo, la Corte internazionale di giustizia ha riconosciuto l’esistenza di un serio rischio di genocidio, imponendo a Israele misure provvisorie per prevenire la distruzione del popolo palestinese a Gaza e garantire l’accesso agli aiuti umanitari, misure che gli stessi organismi internazionali denunciano come largamente disattese.
Davanti a tutto questo, il Quirinale trova spazio soprattutto per ricordare che chi denuncia il genocidio deve stare attento a non “sconfinare” nell’antisemitismo. Come se la vera emergenza non fosse la distruzione programmata di un popolo sotto occupazione, ma il rischio che qualcuno usi parole sbagliate in una manifestazione. È un rovesciamento morale che non si può più accettare in silenzio.
La “guerra ibrida” come grimaldello per la censura
Un altro passaggio del comunicato è rivelatore: il Consiglio sottolinea la necessità di difendersi non solo dagli attacchi cyber alle infrastrutture critiche, ma anche dalle minacce nella “dimensione cognitiva”, cioè nello spazio dell’informazione, dell’opinione pubblica, del dibattito democratico.
Qui la categoria della “guerra ibrida” diventa un contenitore elastico in cui far rientrare tutto: dagli hacker alle campagne di disinformazione, fino al dissenso politico interno. Se ogni narrazione alternativa alla linea NATO viene sospettata di essere “pilotata da Mosca”, se ogni critica radicale a Israele viene omologata a antisemitismo, allora la linea di confine tra sicurezza nazionale e censura di guerra si fa sottilissima.
Non è un timore astratto. In tutta Europa, da mesi, si moltiplicano arresti, denunce e limitazioni delle manifestazioni pro-Palestina, ordinanze che vietano bandiere e slogan, campagne mediatiche che marchiano come “putinisti”, “filoterroristi”, “nemici dell’Occidente” chiunque osi chiedere un cessate il fuoco vero o mettere in discussione la logica del riarmo infinito.
Quando il massimo organo di difesa del Paese inserisce la “dimensione cognitiva” tra i teatri di conflitto, di fatto autorizza l’idea che le coscienze siano un campo di battaglia da controllare. È l’anticamera dell’ipnocrazia: il potere che non si limita più a governare i corpi e i confini, ma pretende di normare anche ciò che è dicibile, pensabile, emotivamente accettabile.
Il riarmo come progetto industriale
Il comunicato richiama esplicitamente il “Libro bianco per la difesa 2030” e la necessità per l’Europa di adeguare le proprie capacità militari ai “nuovi scenari”.
Al netto dei tecnicismi, significa questo: pianificare un aumento strutturale della spesa militare, potenziare l’industria degli armamenti, orientare ricerca, innovazione, politiche industriali e occupazione verso il complesso militare-industriale.
Dentro questa cornice, ogni euro speso per scuole, sanità, welfare, transizione ecologica apparirà presto come “costo” sacrificabile rispetto alle “necessarie esigenze di sicurezza”. E qualunque voce che osi chiedere una diversa gerarchia delle priorità sarà dipinta come irresponsabile, anti-occidentale, pericolosa.
È un modello che abbiamo già conosciuto: la guerra come motore dell’economia, le crisi come strumento per disciplinare le società. La differenza è che oggi questa logica viene certificata ai massimi livelli istituzionali, dal Quirinale in giù, senza quasi opposizione parlamentare, con un consenso trasversale che va da Fratelli d’Italia al Partito Democratico, passando per ampie parti del Movimento 5 Stelle e dell’universo centrista.
Se non li fermiamo, il prossimo passo sarà la normalizzazione della leva militare “europea”, l’idea di un esercito comune al servizio non di un progetto di pace ma degli interessi strategici e industriali dei Paesi più forti dell’Unione.
Dire NO è un dovere democratico
Per questo quel NO ripetuto, urlato, scritto in maiuscolo sotto un post su Facebook che critica il comunicato del Consiglio Supremo di Difesa non è uno sfogo emotivo: è un atto politico necessario.
Dire NO al dodicesimo decreto interministeriale di aiuti militari non significa “stare con Putin”, così come denunciare il genocidio a Gaza non significa essere antisemiti. Significa, al contrario, rifiutare la logica binaria del “chi non è con noi è contro di noi”, che è la cifra di ogni guerra ingiusta.
Dire NO alla propaganda di guerra della NATO, al riarmo europeo, alla trasformazione dell’Italia in una piattaforma avanzata di conflitti che non controlla, è l’unico modo per restare fedeli allo spirito della Costituzione.
Questo NO deve diventare un movimento reale: nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle amministrazioni locali, nelle aule parlamentari. Deve parlare il linguaggio della legalità costituzionale, della difesa dei diritti sociali, della lotta contro il complesso militare-industriale che drena risorse e futuro.
Non basta più sussurrare dubbi, non basta più limitarsi a “non essere d’accordo”. Davanti a un Consiglio Supremo di Difesa che benedice la guerra infinita in Ucraina, minimizza il genocidio a Gaza e apre alla censura in nome della “guerra ibrida”, il compito di chi crede ancora nella democrazia è uno solo: alzare la voce, mettere in discussione l’intero impianto, costruire un fronte sociale e politico capace di riportare l’Italia dalla parte della pace.
Fermatevi. Fermatevi adesso. Perché se non li fermiamo noi, nessuno lo farà al posto nostro. E il prezzo, come sempre, lo pagheranno i popoli, non i capi di Stato seduti attorno al tavolo del Quirinale.
Fonti principali utilizzate
Comunicato ufficiale della Presidenza della Repubblica sul Consiglio Supremo di Difesa del 17 novembre 2025 (testo integrale, composizione del Consiglio, riferimento al “dodicesimo decreto di aiuti militari” e alla “dimensione cognitiva”). Il Fatto Quotidiano, “Il Consiglio supremo di difesa conferma: ‘Pieno sostegno dell’Italia a Kiev e via al dodicesimo decreto di aiuti militari’” e pezzi collegati sugli aiuti italiani a Kiev. Agenzie e quotidiani nazionali: ANSA, La Stampa, Corriere della Sera, Open, Unione Sarda, Il Giornale, che riportano il passaggio del comunicato sul “dodicesimo decreto di aiuti militari” e il via libera a un nuovo pacchetto di armi. Copertura sulle relazioni tra dodicesimo decreto italiano di aiuti militari e 19º pacchetto di sanzioni UE contro la Russia (Bloomberg/Lastampa, Euractiv, Consiglio UE, dichiarazioni di Zelensky e von der Leyen). Dati sulle vittime a Gaza: Gaza Health Ministry, ONU, UNRWA, studio Cost of War (Brown University), Washington Post, Al Jazeera, Reuters, raccolti e sintetizzati in studi e fact-check internazionali. Inchieste sul tasso di civili uccisi a Gaza basate su database di intelligence israeliana: Guardian, +972 Magazine, Local Call, AOAV (Action on Armed Violence). Documentazione giuridica sul rischio di genocidio e sulle misure provvisorie ordinate dalla Corte internazionale di giustizia nel caso “South Africa v. Israel”, commenti di ICJ, ONU, organizzazioni di giuristi e think tank. Rapporti e articoli su restrizioni, criminalizzazione e censura dei movimenti pro-Palestina e delle critiche a Israele in Europa e in Occidente (International Federation for Human Rights, Amnesty International, The Guardian, The National, Financial Times, studi accademici e report su civic space).
In base a tutte queste fonti, il riferimento corretto per l’Italia è al dodicesimo decreto interministeriale di aiuti militari a Kiev; il “diciannovesimo” riguarda invece il pacchetto di sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia, non i decreti italiani di invio di armi.
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