Un’Europa senza pace né politica

In questi giorni, mentre a Ginevra, ad Abu Dhabi e a Washington si intrecciano colloqui, bozze di piani di pace, fughe di notizie e telefonate riservate, l’Unione Europea resta lì, a bordo campo, con lo sguardo fisso sul tabellone sbagliato. Gli Stati Uniti trattano con Kiev e con Mosca, la Russia continua a bombardare e a avanzare a piccoli passi, l’Ucraina sanguina. L’Europa, quella reale, non quella dei discorsi sul “progetto dei padri fondatori”, reagisce come sempre: con riflessi pavloviani, frasi fatte e moralismi a vuoto.

Ogni volta che si parla di pace – o almeno di cessate il fuoco – da Bruxelles e dalle capitali più atlantiste parte lo stesso mantra: “non possiamo umiliare l’Ucraina”, “non possiamo premiare l’aggressore”, “la Russia ha già perso la guerra”. Una formula, quest’ultima, che non nasce oggi: è da tempo che alcuni esponenti di punta dell’establishment europeo la ripetono come un dogma, a partire da chi, come Nathalie Tocci, ha teorizzato che Mosca avrebbe “già perso la guerra” e che il problema sarebbe semmai evitare che “la perda l’Ucraina”. 

Il risultato è un distacco crescente tra la retorica e la realtà, tra la guerra raccontata sugli editoriali e quella vissuta nelle trincee e nelle città colpite. E in mezzo, un’Unione che pretende di dare lezioni di “valori europei”, ma che sul piano geopolitico è ormai ridotta – lo dico senza giri di parole – a un cadavere politico collegato ai macchinari della NATO e della finanza globale.

Il dogma dell’“Europa umiliata”

Mi colpisce una cosa: in queste settimane, molti commentatori europei non contestano il merito del piano di pace discusso tra Washington e Kiev. Non si interrogano su quale possa essere una via credibile per salvare vite umane, ricostruire un minimo di stabilità, evitare una guerra infinita alle porte del continente. No: il problema, dicono, è che “l’Europa viene umiliata”, che “non è al tavolo”, che “Trump e Putin decidono sopra le nostre teste”.

Ma per essere umiliati bisogna prima esistere. Politicamente.
Da anni l’Unione ha rinunciato a qualsiasi autonomia strategica: si è consegnata mani e piedi alla logica del fronte unico NATO, ha trasformato le sanzioni in un automatismo, ha bruciato in pochi mesi la propria competitività energetica e industriale, ha militarizzato il linguaggio pubblico trasformando ogni dubbio in “putinismo” e ogni richiesta di negoziato in “tradimento dell’Occidente”.

Abbiamo assistito a una vera e propria catechesi di guerra: “non ci sono alternative alla sconfitta militare della Russia”, “la pace si farà solo dopo la vittoria”, “nessun cedimento, mai”. Intanto, al fronte muoiono soldati ucraini e russi, le città vengono colpite a ripetizione, milioni di persone fuggono, intere generazioni vengono sacrificate. Ma la narrativa resta la stessa: la guerra come condanna metafisica, la pace come premio differito, da concedere solo quando il nemico sarà in ginocchio.

Il piano americano: realismo sporco, non filorussismo

Dentro questo quadro si inserisce il famigerato piano di pace in 28 punti elaborato dall’amministrazione Trump. Un piano che – al netto di modifiche e limature successive – si regge su alcuni pilastri chiari: riconoscere l’impossibilità di riportare l’Ucraina ai confini del 2014, congelare di fatto la questione Crimea e Donbass a favore di Mosca, escludere definitivamente Kiev dalla NATO in cambio di robuste garanzie di sicurezza statunitensi, limitare dimensioni e armamenti dell’esercito ucraino, riaprire canali economici ed energetici tra Russia ed Europa in una cornice controllata da Washington. 

Non è un piano “giusto”, non è un piano “equilibrato”, non è un piano “neutrale”: è un tentativo brutale, spregiudicato, tipicamente americano di trasformare una sconfitta potenziale (per Kiev, per la NATO, per la stessa Washington) in un compromesso gestibile. È, se vogliamo, realpolitik allo stato puro: si riconosce che la Russia non è stata né sconfitta né isolata, che l’Ucraina non può riconquistare tutto, che la guerra sta logorando anche l’Occidente, e si prova a chiudere la partita sul filo del possibile.

Che quel piano sia stato plasmato anche su un documento di origine russa – come hanno rivelato fonti diplomatiche riportate da agenzie internazionali – la dice lunga sul tipo di partita che si sta giocando: Mosca ha messo sul tavolo da tempo i suoi “punti non negoziabili”, e Washington, pur tra mille contraddizioni, ha dovuto prenderli in considerazione. 

Se guardo questo quadro con occhi europei, vedo una cosa molto semplice: non è in corso uno scontro metafisico tra Bene e Male, ma una dura trattativa tra potenze che difendono interessi, zone di influenza, equilibri interni. L’Ucraina, purtroppo, è al tempo stesso vittima, pedina e attore limitato. L’Europa, ancora una volta, è spettatrice pagante.

Il teatro delle trattative: Ginevra, Abu Dhabi, Washington

Le cronache di questi giorni raccontano una sequenza che sembra uscita da un romanzo di politica estera, ma è purtroppo fin troppo reale. A Ginevra, rappresentanti di Stati Uniti, Ucraina e alcuni paesi europei si sono incontrati per discutere la bozza di piano americano: da 28 punti originari si è scesi a 19, con qualche concessione in più alle richieste di Kiev e alle pressioni dell’establishment euro-atlantico. 

La riunione è stata presentata da tutti come “molto produttiva”, ma dietro le dichiarazioni ufficiali le tensioni sono esplose: Washington ha accusato Kiev di aver fatto filtrare in modo strumentale dettagli del piano a una testata americana, per dipingerlo come un “tradimento” e mettere pressione sull’amministrazione Trump. 

Nel frattempo, l’inviato originario per l’Ucraina, il generale Keith Kellogg, viene di fatto messo da parte. Al suo posto, Trump affida il dossier al Segretario all’Esercito Dan Driscoll, figura molto vicina al vicepresidente Vance, che vola prima a Kiev e poi ad Abu Dhabi per incontrare, a margine di altre riunioni, emissari russi e ucraini. 

Mentre la diplomazia viaggia, però, i missili non si fermano: proprio nei giorni delle trattative, Mosca lancia nuovi raid su diverse città ucraine, ricordando a tutti che la guerra non aspetta i tempi dei comunicati stampa. 

Al tempo stesso, negli Stati Uniti si consuma lo scontro interno tra “realisti” e “falchi”: da una parte chi, come Vance e figure vicine al Pentagono più scettiche sulle guerre infinite, spinge per un accordo che consenta a Washington di ridimensionare il fronte ucraino e concentrarsi sulla competizione con la Cina; dall’altra, i neoconservatori, bipartisan, che vedono in ogni concessione alla Russia una catastrofe strategica e un cedimento imperdonabile dell’egemonia americana.

L’Europa, tra sabotaggio e irrilevanza

In questo gioco di forze, che ruolo ha l’Unione Europea? Da una parte, è evidente che alcuni governi, in particolare quelli più allineati alla retorica bellicista – penso ai paesi baltici, alla Polonia, ma anche a settori influenti in Germania e nei paesi nordici – vedono con terrore l’ipotesi di un compromesso che riconosca a Mosca guadagni territoriali e un ruolo nella futura architettura di sicurezza europea.

Questi paesi spingono per una linea durissima: nessuna limitazione significativa alle forze armate ucraine, porte della NATO aperte o comunque socchiuse, zero concessioni territoriali formalmente riconosciute, sanzioni modulabili come interruttori a seconda del comportamento russo, disponibilità a inviare truppe “di supporto” e armamenti sempre più avanzati. È, nei fatti, un “piano di pace” costruito per non funzionare: una piattaforma massimalista che rende impossibile qualsiasi incontro tra le esigenze minime della Russia e quelle massime dell’Occidente.

Dall’altra parte, l’Europa “economica” – quella della manifattura, dell’energia, dell’agroalimentare – ha già pagato e continua a pagare un prezzo altissimo: deindustrializzazione accelerata, dipendenza ancora più forte dal gas liquefatto americano, perdita di mercati tradizionali, aumento strutturale dei costi di produzione. Dietro le grandi parole, la sostanza è chiara: l’Unione, in questi anni, ha sacrificato sull’altare della “guerra per procura” la propria base materiale, rafforzando al tempo stesso la subordinazione strategica a Washington.

Quando si dice che “l’Europa sta sabotando il piano di pace americano”, la frase è vera solo a metà. Sì, una parte dell’élite europea – soprattutto quella politico-militare – sta lavorando per irrigidire il testo, introdurre condizioni inaccettabili, far saltare il tavolo. Ma questo sabotaggio non nasce da una sovranità ritrovata, da un sussulto di autonomia, da una visione alternativa del futuro europeo: nasce dal fanatismo ideologico di chi ha interiorizzato fino in fondo l’idea che il destino dell’Europa sia essere avamposto militare dell’Occidente in una nuova guerra fredda infinita.

Nel frattempo, i governi che avrebbero tutto l’interesse a chiudere il conflitto – perché strangolati da crisi sociale, inflazione, costi energetici – restano in silenzio o si accodano, prigionieri di un discorso pubblico in cui chiunque osi parlare di cessate il fuoco viene immediatamente dipinto come “filorusso”.

L’Ucraina come laboratorio, non come alleato

Se sposto lo sguardo su Kiev, vedo un paese ostaggio di tre forze:
– la Russia, che ha deciso di usare la forza militare per ridisegnare il proprio spazio di influenza e non ha alcuna intenzione di tornare alla situazione precedente il 2022;
– gli Stati Uniti, che hanno trasformato l’Ucraina in un laboratorio di guerra ibrida, armi, sanzioni, propaganda, e ora cercano una via d’uscita che salvi la faccia senza ammettere il fallimento della strategia massimalista “fino alla vittoria”;
– l’Unione Europea, che usa la retorica dell’allargamento e dei “valori” per coprire un ruolo subalterno, mentre finanzia la guerra con miliardi e applaude un governo che anche fonti occidentali definiscono minato da corruzione, repressione del dissenso, messa fuorilegge di partiti, restrizioni alla libertà di stampa.

In mezzo, c’è il popolo ucraino:
– quello che ha creduto sinceramente nella promessa di un’Europa di diritti e benessere;
– quello che parla russo e che si è ritrovato schiacciato tra nazionalismo radicale e occupazione militare;
– quello che vive al fronte, che perde figli e figlie, che vede distrutte le proprie città.

Di questo popolo, l’Unione Europea parla solo in due linguaggi: quello della santificazione (gli “eroi che difendono la nostra libertà”) e quello della gestione securitaria (i profughi da smaltire, da distribuire, da “integrare” o rispedire indietro a seconda delle convenienze). In mezzo, non c’è una riflessione seria su quale possa essere un futuro per l’Ucraina che non sia quella di un paese amputato, militarizzato, economicamente dipendente e politicamente commissariato.

Il paradosso dell’Europa: sempre più bellicista, sempre meno protagonista

Il paradosso è tutto qui: più l’Unione alza la voce, più si schiera per la “guerra fino alla vittoria”, più perde peso reale nei luoghi dove quella guerra si decide. Non scrive i piani, non guida le trattative, non controlla le leve decisive dell’escalation o della de-escalation.

Siamo passati dal sogno – mai pienamente realizzato – di un’Europa “potenza civile”, capace di mediare, di proporre soluzioni politiche, di usare il proprio peso economico e culturale per costruire ponti, a una realtà in cui la politica estera europea è la copia carbone di quella americana, quando non un suo riflesso più estremista.

Nel frattempo, gli stessi che ci spiegano che “la Russia ha già perso” non riescono a spiegare perché, a quasi quattro anni dall’inizio del conflitto su larga scala, il fronte non si sia dissolto, la leadership russa sia ancora saldamente al potere, l’economia russa regga l’urto delle sanzioni meglio del previsto e il resto del mondo – dal Sud globale alla stessa Cina – non si sia allineato alla crociata occidentale.

Di che pace parliamo quando parliamo di pace?

Nel lessico politico europeo è comparsa da tempo una formula curiosa: non basta la pace, serve una “pace giusta”, una “pace dignitosa”. A parole è ineccepibile: nessuno vuole una resa unilaterale, un trattato imposto, un’umiliazione di una delle parti. Ma il modo in cui questa formula viene usata è perverso: diventa il pretesto per non fare mai un passo indietro, per trasformare ogni proposta concreta in “resa”, per dire no a qualsiasi compromesso che non coincida con la cancellazione politica e militare del nemico.

Io penso che una pace “giusta” non esista come categoria astratta; esistono compromessi più o meno accettabili, più o meno duri, più o meno stabili. Una pace “dignitosa” non è quella che salva la faccia dei leader, ma quella che salva il maggior numero possibile di vite e lascia uno spazio, per quanto stretto, a una futura coesistenza.

Oggi in Ucraina la vera alternativa non è tra “pace giusta” e “pace ingiusta”, ma tra guerra infinita e cessazione del massacro. Il resto è storytelling.

Che cosa dovrebbe fare davvero l’Europa

Se davvero volessimo essere all’altezza delle parole che pronunciamo – memoria della guerra, mai più fascismo, centralità dei diritti umani – l’Europa dovrebbe fare tre cose semplici e radicali:
1. Riconoscere che la strategia della vittoria totale è fallita
Che la Russia non è stata né sconfitta né isolata; che l’Ucraina non riconquisterà ogni centimetro; che la prosecuzione della guerra logora l’Europa più di quanto logori Washington; che il resto del mondo guarda con crescente insofferenza a un Occidente che chiede sacrifici agli altri mentre difende i propri interessi.
2. Rivendicare un proprio piano di pace realmente autonomo
Non un “piano UE” pensato per sabotare quello americano o per alzare il prezzo al tavolo, ma una proposta che:
– accetti l’idea di neutralità dell’Ucraina, con garanzie multilaterali reali;
– preveda forme di autonomia e protezione per le popolazioni del Donbass, al di là del controllo formale dei confini;
– rilanci una conferenza di sicurezza europea che includa la Russia, gli Stati Uniti, i paesi del Caucaso e dell’Asia centrale, il Mediterraneo allargato.
3. Smettere di avere paura della propria opinione pubblica
Per anni ci hanno detto che “i cittadini europei vogliono la guerra fino alla vittoria”. La verità è che, alla lunga, la maggioranza delle persone vuole solo che la guerra finisca, che le bollette scendano, che i prezzi smettano di correre, che i figli non debbano morire in trincea per decisioni prese sopra le loro teste.

Un’Europa che avesse il coraggio di dire apertamente ai propri cittadini: “abbiamo sbagliato strategia, ora cerchiamo una via d’uscita”, sarebbe un’Europa politicamente viva, non un cadavere che recita copioni scritti da altri.

Perché scrivo tutto questo

Scrivo in prima persona perché non mi interessa fare il commentatore neutrale. Guardo a questa guerra da cittadino europeo, da uomo di sinistra, da persona che crede ancora che la politica serva a ridurre la sofferenza, non a giustificarla.

Non ho nessuna simpatia per l’idea di un mondo dominato da potenze imperiali che si spartiscono sfere di influenza. Ma proprio per questo non posso accettare l’illusione tossica di un’Europa che si crede “potenza morale” mentre delega a Washington ogni decisione, demonizza il nemico di turno, sacrifica i propri popoli sull’altare di un atlantismo messianico, chiude gli occhi davanti alle proprie responsabilità nell’escalation degli ultimi decenni.

Non so se il piano americano, rivisto e corretto, andrà in porto. Non so quale sarà la forma concreta dell’accordo, se ci sarà. So però una cosa: se e quando la guerra in Ucraina finirà, non sarà grazie all’Europa, ma nonostante l’Europa.

E questo, per chi come me ha creduto a lungo nella possibilità di un’Unione capace di tenere insieme pace, diritti e giustizia sociale, è forse l’umiliazione più grande. Non quella inflitta da Washington o da Mosca, ma quella che ci siamo inflitti da soli, scegliendo di essere spettatori rumorosi invece che protagonisti responsabili.