Oltre il partito del non voto. Per un fronte sociale che rovesci i rapporti di forza

Quando guardo alle ultime tornate elettorali non vedo solo la vittoria di questo o quel blocco politico. Vedo soprattutto un gigantesco vuoto: metà del Paese che non vota più, che non si sente rappresentata, che considera le urne un rito stanco, incapace di cambiare davvero la vita di chi fatica ad arrivare a fine mese. Alle europee 2024, per la prima volta nella storia repubblicana, è andato a votare meno di un elettore su due; l’affluenza si è fermata intorno al 49,7 per cento. 

Non è un dettaglio, è il dato politico centrale: il primo “partito” d’Italia è quello del non voto. E il governo nazionale, come mostrava già l’analisi delle politiche del 2022, rappresenta di fatto una minoranza della popolazione, perché governa con il consenso attivo di poco più di un quinto degli italiani. 

In questo quadro la sinistra si muove tra due trappole. Da un lato, un centrosinistra che quando vince lo fa spesso con coalizioni sfilacciate, costruite più per sommare sigle che per proporre un progetto di trasformazione reale delle condizioni di vita dei ceti popolari impoveriti. Dall’altro, una sinistra più radicale che oscilla tra subalternità e testimonianza: subalterna quando entra in coalizioni in cui non decide nulla, testimoniale quando resta fuori e non riesce a trasformare il radicamento nei conflitti in forza elettorale.

Io credo che la strada per uscire da questo vicolo cieco esista. Ma per imboccarla bisogna fare due mosse nette: smettere di pensare la politica a partire dalle alleanze e ricominciare a pensarla a partire dai bisogni concreti; misurare ogni proposta non sulla base della sua purezza ideologica, ma sulla sua capacità di risolvere problemi reali, in tempi ragionevoli, per persone in carne e ossa.

Il partito del non voto non è un incidente

L’astensionismo non è una nuvola passeggera. È il risultato di decenni in cui il campo politico si è ristretto, il conflitto sociale è stato neutralizzato, e le differenze tra i blocchi di governo si sono giocate sempre più sui toni, sempre meno sulle scelte materiali su lavoro, welfare, privatizzazioni, guerra, ambiente.

Dati alla mano, il “partito del non voto” è ormai stabilmente il primo in Italia. Non si tratta solo di disaffezione generica: si tratta di un giudizio severo sull’inefficacia della politica nel produrre cambiamenti percepibili. 

Eppure nello stesso Paese in cui milioni di persone disertano le urne, migliaia di ragazze e ragazzi continuano a riempire le piazze per il clima, per la giustizia sociale, per la Palestina, contro la guerra e il riarmo. Fridays for Future in questi anni ha convocato scioperi globali in decine di città, legando la crisi climatica alla critica di un modello economico che devasta territori e diritti. 

Le mobilitazioni per Gaza hanno portato in strada centinaia di migliaia di persone, da Roma ad altre città, in un’ondata di solidarietà verso il popolo palestinese che ha sfidato la narrazione ufficiale e la criminalizzazione della protesta. 

Non è vero, dunque, che non c’è energia sociale. È vero che questa energia non trova oggi un veicolo politico credibile, capace di parlare la lingua dei bisogni, di connettere le lotte e di trasformare conflitti sparsi in potere organizzato.

Ripartire dall’inchiesta sui bisogni

Se vogliamo davvero rovesciare il tavolo, non possiamo partire dall’ennesimo appello generico “alla sinistra”, né dall’ossessione per il “campo largo” o “strettissimo”. Dobbiamo partire da una domanda molto più semplice: che cosa non funziona nella vita quotidiana delle persone nei nostri quartieri, nelle nostre città, nelle nostre regioni?

Per questo immagino, città per città, la nascita di Osservatori popolari sui bisogni e sui diritti. Non penso a un ennesimo “coordinamento” di sigle, ma a luoghi in cui si incontrano comitati di quartiere, lavoratori organizzati, associazioni, reti per i diritti, realtà femministe, movimenti per il clima, collettivi studenteschi, sindacati di base, operatori dei servizi.

Il loro primo compito non sarebbe “fare un programma”, ma fare inchiesta sociale:
• raccogliere in modo sistematico segnalazioni, lamentele, proposte dei cittadini, attraverso sportelli di quartiere, numeri telefonici, assemblee di strada;
• incrociare queste informazioni con i dati dell’amministrazione: richieste protocollate, liste d’attesa per servizi sociali, graduatorie per le case popolari, segnalazioni su trasporti, barriere architettoniche, scuole;
• costruire una mappa pubblica dei bisogni non soddisfatti, che dica con chiarezza dove la macchina pubblica si inceppa e chi paga il prezzo di questi inceppi: giovani precari, donne caricate del lavoro di cura, persone disabili, migranti, anziani soli, famiglie sfrattate.

Solo a partire da questa mappa è possibile fare il passo successivo: trasformare il lamento in proposta.

Un programma minimo locale, esigibile

Dall’inchiesta sui bisogni può nascere quello che chiamo un programma minimo di giustizia sociale. “Minimo” non perché timido, ma perché concentrato su poche priorità chiare, misurabili, che parlano direttamente al vissuto delle persone.

Penso a un nucleo di interventi su casa, lavoro, servizi, ambiente, diritti.

Sul diritto alla casa: censimento degli immobili sfitti e dei grandi proprietari, piano comunale per l’housing sociale, regolamentazione degli affitti turistici che espellono residenti dai centri urbani, fondo anti-sfratto alimentato da risorse locali e nazionali.

Sul lavoro e i servizi: stop al massimo ribasso negli appalti, clausole sociali che obblighino le aziende a garantire contratti dignitosi e sicurezza, osservatori sul lavoro povero che coinvolgano i lavoratori stessi, i sindacati e gli enti ispettivi.

Sul clima e l’ambiente: piani di mobilità che partano dalle periferie, non solo dal centro; stop al consumo di suolo e alla speculazione edilizia; interventi di bonifica nelle aree inquinate, con coinvolgimento delle comunità locali nei monitoraggi.

Sui diritti e l’inclusione: sportelli antiviolenza realmente finanziati, sostegno ai caregiver familiari spesso invisibili, politiche sulla disabilità costruite non in chiave assistenzialistica, ma a partire dal diritto all’autonomia, all’accessibilità, al lavoro, alla partecipazione politica.

Su pace e internazionalismo: mozioni e atti concreti contro il riarmo, contro l’uso del territorio come piattaforma militare, per il sostegno alle popolazioni sotto bombardamento e occupazione; trasparenza sui rapporti tra gli enti locali e il complesso militare-industriale; gemellaggi con città che vivono sulla propria pelle guerre e sanzioni.

Un programma del genere non è un libro dei sogni, è la traduzione politica di ciò che l’inchiesta sociale ha fatto emergere. E soprattutto diventa il metro con cui misurare chi dice di voler essere “alleato”.

Prima i contenuti, poi – eventualmente – le alleanze

Se prendo sul serio i bisogni e il programma che ne deriva, la questione delle alleanze si capovolge.

Non parto più dal “mai con” o “sempre con” questo o quel partito. Metto sul tavolo, pubblicamente, il programma minimo e chiedo a tutte le forze politiche che si candidano a governare la città o la regione di dire chiaramente quali punti sono disposte a sottoscrivere, con che tempi, con quali risorse, con quali strumenti di verifica.

Solo a quel punto ha senso discutere di coalizioni. Se una forza maggiore – che sia il Pd o altro – accetta davvero di vincolarsi a misure di rottura, e se esistono strumenti per rendere questo vincolo credibile (patti di mandato, monitoraggio partecipato, obbligo di rendicontazione annuale ai cittadini), allora un’alleanza può avere un senso. Ma non è più una fusione di sigle: è un patto condizionato, revocabile, controllabile.

Se invece i punti fondamentali vengono annacquati, trasformati in slogan generici, rimandati a un futuro indefinito o respinti, allora la scelta di costruire un polo alternativo non è un gesto settario, è una conseguenza logica: non si è disposti a fare, qui e ora, ciò che serve a chi è più fragile.

In questo modo si spezza anche il ricatto morale del “se non stai nel campo largo fai il gioco della destra”. Il messaggio da portare nelle piazze e nelle case può diventare molto chiaro: “Abbiamo chiesto misure concrete su casa, lavoro, servizi, ambiente e diritti. Chi governa ha detto di no. Non siamo noi a dividere, sono loro a non voler cambiare.”

Un fronte sociale e politico, non un altro partitino

Perché tutto questo non si riduca a una bella teoria, serve un soggetto organizzato capace di reggere il conflitto, nel tempo. Non credo che la risposta sia un ennesimo partitino identitario. Penso piuttosto a un fronte sociale e politico di risposta concreta.

Un fronte in cui possano convivere persone iscritte a partiti e persone che non ne vogliono sapere, sindacalisti e attivisti dei movimenti, realtà di base e associazioni più strutturate, a condizione che accettino alcune regole minime:
• nessun ruolo è proprietà privata di una sigla;
• gli incarichi ruotano, hanno un tempo definito;
• le decisioni importanti si prendono in assemblee aperte e poi si traducono in mandati chiari a chi ha compiti di rappresentanza;
• bilanci, finanziamenti, relazioni con le istituzioni sono trasparenti e accessibili.

La radicalità dei contenuti deve andare di pari passo con una democrazia interna reale. Non serve denunciare la casta se poi, nel piccolo, si riproducono gli stessi meccanismi di occupazione permanente delle posizioni, le stesse opacità, gli stessi personalismi.

Il bilancio popolare: rendere conto, non solo denunciare

C’è un altro passaggio decisivo. Se prendo sul serio l’idea che “le proposte o sono efficaci o non servono”, allora devo dotarmi di uno strumento che misuri questa efficacia.

Immagino un rapporto annuale di bilancio popolare, costruito dagli Osservatori e dal fronte sociale:
• elenco dei bisogni raccolti;
• elenco degli atti prodotti a partire da quei bisogni (mozioni, delibere, campagne, mobilitazioni);
• stato di avanzamento: cosa è stato approvato, cosa è stato bloccato, dove, da chi;
• effetti concreti: dove si sono aperti servizi, fermati progetti dannosi, migliorate condizioni di vita.

Un documento così non è solo materiale da addetti ai lavori: è uno strumento politico potente. Perché mostra che qualcuno ha preso in carico problemi reali, li ha trasformati in rivendicazioni, ha provato a farli passare, e può indicare con precisione chi ha remato contro.

È anche un modo per rompere la rassegnazione del “sono tutti uguali”. Quando chi governa sa che ogni anno dovrà confrontarsi con un bilancio pubblicamente discusso, che mette nero su bianco promesse e risultati, il gioco delle tre carte diventa più difficile.

Federarsi dal basso

Se questo percorso si avvia in una città, e poi in un’altra, e poi in una terza, si apre una prospettiva più ampia.

Si possono mettere in rete gli Osservatori, confrontare i programmi minimi, riconoscere che in territori diversi si ripetono gli stessi nodi: casa e speculazione, lavoro povero, smantellamento dei servizi pubblici, devastazione ambientale, sostegno attivo o passivo alle guerre.

Da qui può nascere un manifesto nazionale che non cala dall’alto, non è il prodotto di una trattativa tra gruppi dirigenti, ma la sintesi di centinaia di vertenze e bisogni concreti. Un manifesto che parli la lingua della giustizia sociale e della pace, e che si candidi a essere la base di un nuovo soggetto politico, se le condizioni maturano, o di un fronte stabile in grado di pesare in ogni appuntamento elettorale.

Non si tratta di opporre un’ennesima sigla alla sigla di turno, ma di costruire un “federalismo dal basso” delle esperienze, in cui ogni territorio conserva la sua specificità, ma riconosce una battaglia comune.

Conclusione: cominciare da qui

Uscire dal minoritarismo e dalla subalternità non è questione di trovare lo slogan giusto o il leader carismatico di turno. È questione di cambiare metodo.

Io vedo una strada possibile:
• ricominciare dall’inchiesta sui bisogni, con strumenti seri e condivisi;
• costruire programmi minimi locali che non siano compromessi al ribasso, ma focus su poche priorità esigibili;
• rovesciare la logica delle alleanze: prima i contenuti, poi – se ci sono le condizioni – i patti elettorali;
• dare forma a un fronte sociale e politico capace di durare, con regole chiare e democrazia interna;
• misurare annualmente i risultati, rendendo conto a chi sta fuori dai palazzi, non solo dentro.

Non c’è bisogno di aspettare la prossima grande scadenza nazionale per iniziare. Si può cominciare da una città, da un quartiere, da un’assemblea in cui ci si mette intorno a un tavolo non per litigare sulle sigle, ma per rispondere a una domanda semplice e radicale: da dove ricominciamo, concretamente, a cambiare la vita delle persone?