Oggi è domani si vota per scegliere il nuovo presidente e rinnovare il Consiglio regionale, dopo due mandati di Vincenzo De Luca. Il campo progressista ha indicato Roberto Fico come candidato presidente, contro la destra guidata da Edmondo Cirielli.
E io non ho dubbi: questa candidatura merita un appoggio diretto, leale, senza giri di parole. Ma proprio perché la sostengo con convinzione, voglio spiegare fino in fondo perché questa partita è decisiva e perché oggi la Campania rischia di essere trascinata dentro un ricatto elettorale vecchio come il peggiore dei vizi italiani.
Appoggio Fico perché la sua storia e il suo profilo parlano chiaro. Viene da Napoli, cresce politicamente nei meetup, nelle battaglie civiche per i beni comuni, per l’acqua pubblica,  e non ha mai smesso di portarsi addosso quell’impronta da attivista che non confonde il potere con il privilegio. È stato presidente della Commissione di Vigilanza Rai e poi presidente della Camera, e in quei ruoli ha mostrato una cosa rara: il rispetto per le istituzioni senza inchinarsi ai riti del palazzo.
Dentro al Movimento 5 Stelle, Fico è sempre stato riconosciuto come una delle figure più chiaramente orientate a sinistra, legato ai temi sociali, alla difesa dell’acqua pubblica, ai diritti degli ultimi, alla critica delle privatizzazioni selvagge.
Ma non è solo questione di biografia. È questione di direzione politica. La Campania ha bisogno di un cambio di rotta netto: non di una vernice nuova sopra il vecchio motore, ma di un motore diverso. Quando Fico dice che il suo obiettivo è combattere le disuguaglianze e dare voce a chi non ne ha, io lo prendo sul serio perché è coerente con ciò che lui e il M5S hanno rappresentato quando sono stati forza di governo.
Parliamo di politiche concrete che hanno lasciato un segno sociale: il Reddito di cittadinanza come argine alla povertà e riconoscimento di un diritto minimo alla dignità; il decreto Dignità come tentativo di contrastare precarietà e sfruttamento; le norme anticorruzione come freno alla vecchia impunità dei salotti buoni.
Si può discutere i dettagli, gli errori, le correzioni necessarie. Ma una cosa non si può negare: quella stagione ha spostato risorse e attenzione verso chi stava sotto, non verso chi stava sopra. E in una regione dove la povertà si intreccia con marginalità e sfiducia, questa non è retorica: è una bussola indispensabile.
La prima voce di questa bussola, per la Campania, è la sanità pubblica. Qui non serve un maquillage: serve ricostruire il diritto alla cura come spina dorsale sociale. Fico mette al centro la sanità territoriale e di prossimità, la presa in carico dei disabili, la salute mentale.
Io ci leggo una scelta politica precisa: riportare lo Stato vicino alle persone, e non costringerle a peregrinare tra liste d’attesa interminabili o soluzioni private per chi se le può permettere. In Campania la sanità non può essere il terreno di caccia di clientele e baronie locali: deve tornare a essere un servizio universale, trasparente, controllabile dai cittadini.
Seconda voce: lotta ai privilegi dei cacicchi e dei capibastone. La Campania conosce fin troppo bene il prezzo di un potere che si alimenta di fedeltà personali invece che di programmi. Qui la politica è stata spesso una rete di intermediazioni, un feudo travestito da amministrazione. Io vedo nella candidatura di Fico un possibile taglio di quel nodo: non perché basti un uomo solo, ma perché può guidare una stagione diversa, dove la selezione della classe dirigente non dipende dal numero di pacchetti di voti portati a tavola, ma dalla credibilità di un progetto.
E però, proprio perché voglio bene a questo progetto, dico anche una cosa scomoda: la coalizione che sostiene Fico deve stare attenta a non portarsi dietro le vecchie ombre. Gli accordi servono, sì, ma non devono diventare una resa culturale. Quando dentro un’alleanza rientrano pezzi di potere che per anni hanno confuso governo e dominio, il rischio è che la spinta al cambiamento venga annacquata prima ancora di cominciare.
Io non chiedo purezza astratta. Chiedo coerenza pratica: sanità pubblica e non privatizzata, redistribuzione e non favoritismi, trasparenza amministrativa e non stanze chiuse. La Campania non ha bisogno di un altro equilibrio tra notabili. Ha bisogno di un governo virtuoso che rimetta al centro i cittadini normali, quelli che non hanno santi in paradiso.
Ed è qui che entra la questione che oggi rende questa campagna elettorale ancora più rivelatrice: la gigantesca ipocrisia della destra sul condono edilizio. A pochi giorni dal voto, Fratelli d’Italia ha presentato un emendamento alla legge di Bilancio per riaprire i termini del condono del 2003. Formalmente nazionale, ma nei fatti costruito su misura della Campania, rimasta in quel caos normativo di vent’anni fa.
Le opposizioni hanno denunciato la tempistica come una mossa “acchiappa voti”, e Fico l’ha definita per quello che è: un tentativo di trasformare l’urbanistica in moneta elettorale.
Qui la discrasia morale è così evidente che fa quasi male. Per anni la destra ha ripetuto che il Reddito di cittadinanza era “voto di scambio”, “paghetta”, “parassitismo”, come se il vero scandalo fosse sostenere chi non ce la fa. Ma le valutazioni ufficiali hanno mostrato altro: il Reddito ha ridotto il rischio di povertà e di disuguaglianza e ha evitato a circa un milione di persone l’anno di scivolare nella povertà assoluta.
Insomma: quando lo Stato aiuta i poveri, per loro è clientelismo. Quando lo Stato perdona l’illegalità edilizia, per loro è “giustizia”.
Questo è il punto politico e culturale. La povertà, quando viene aiutata, diventa sospetta. Il cemento fuorilegge, quando viene sanato, diventa meritevole. È una legalità selettiva che punisce gli ultimi e coccola la rendita.
E non stiamo parlando di qualche pratica marginale. In Campania l’abusivismo è un sistema pluridecennale: i dati più recenti indicano che nella città metropolitana di Napoli circa il 34 per cento delle nuove costruzioni risulta abusivo, e che la Campania è tra le regioni con la più alta incidenza di edilizia illegale, con percentuali che arrivano intorno alla metà delle nuove costruzioni rispetto a quelle autorizzate.
Dentro questo quadro, riaprire un condono alla vigilia delle urne non è una misura neutra. È un segnale politico che parla a un bacino elettorale enorme. In una regione dove decine di migliaia di pratiche restano pendenti e dove l’aspettativa del “prima o poi arriva un’altra sanatoria” è diventata quasi norma sociale, la promessa del condono può spostare davvero l’ago della bilancia.
Qui non si tratta di “perdonare chi è stato dimenticato dalla burocrazia”. Si tratta di legittimare retroattivamente un modello di sviluppo predatorio. Il condono non è un atto amministrativo qualunque: è un messaggio collettivo. Dice alla società che violare le regole conviene. Dice ai territori fragili che possono essere sacrificati sull’altare del consenso. Dice ai prossimi abusivi: fatelo, che poi vi sistemiamo.
E i territori fragili, in Campania, sono vita quotidiana. Basta ricordare Ischia, Casamicciola, i Campi Flegrei, la Costiera, le aree a rischio idrogeologico dove l’abusivismo non è solo estetica brutta ma moltiplicatore di catastrofi. Ogni nuova casa fuori norma, ogni colata di cemento, ogni sanatoria che cancella il reato, rende più probabili frane, alluvioni, dissesti. Paghiamo tutti: con soldi pubblici, con vite spezzate, con territori che perdono futuro.
E mentre si coccola l’abusivismo, si demonizzano le politiche virtuose. È la stessa destra che ha attaccato il Reddito di cittadinanza, che ha ridicolizzato il decreto Dignità, che ha trattato come spreco il Superbonus 110. Ma il Superbonus non era un regalo al furbo: era una leva di riqualificazione energetica, una spinta a ridurre consumi e bollette, a migliorare sicurezza e qualità delle case, a tagliare emissioni. Le analisi tecniche mostrano risparmi energetici rilevanti e benefici diffusi per famiglie e sistema-paese.
Il paradosso allora è totale: chi rifà cappotto e impianti per consumare meno viene dipinto da approfittatore; chi costruisce dove non si può viene premiato come “dimenticato”.
Messa così, la scelta non è solo tra due candidati. È tra due idee di società.
Da un lato un’idea che prova, con strumenti perfettibili ma necessari, a redistribuire ricchezza e diritti verso il basso, a ridurre la ricattabilità sociale, a investire sulla transizione energetica. Dall’altro un’idea che stabilizza privilegi e rendite, normalizza l’illegalità come costume politico, vende territorio e legalità in cambio di consenso.
Per questo io sostengo Fico e le liste a lui collegate in coalizione, in questa sfida: perché intravedo la possibilità di una Campania più giusta, più sobria, più solidale. Una Campania che non vive di propaganda ma di diritti reali. E perché questa vittoria può essere un segnale nazionale anche per le prossime parlamentari del 2027: dimostrare che battere le destre si può, ma solo se si parla di cose concrete e se si sceglie da che parte stare.
Qui mi permetto una nota personale, perché per me la Campania non è un titolo di giornale. Io in Campania ho vissuto più di cinquant’anni, dal 1968 al 2018. L’ho respirata, amata, sofferta, conosciuta da dentro. Ho anche votato il primo De Luca sindaco a Salerno, quando era un sindaco che aveva davvero cambiato la città in meglio. Poi però l’ho visto trasformarsi: da amministratore virtuoso a gestore del potere, con una cultura di comando sempre più verticale e con alleanze spesso discutibili.
Lo dico senza rancore, ma con lucidità politica: quella parabola è una lezione. La Campania non può permettersi di restare prigioniera del potere per il potere. Deve tornare a essere governata con un’idea di giustizia sociale e di dignità pubblica.
Ecco perché, anche se oggi non voto in Campania perché risiedo in un’altra regione, quella partita mi riguarda lo stesso. È un pezzo della mia storia e un pezzo del futuro che io vorrei per il Sud e per l’Italia.
So bene che fare politica significa parlare con tutti, costruire alleanze, misurarsi con la realtà. Fico lo dice chiaramente e ha ragione. Ma parlare con tutti non significa perdere la bussola. La bussola deve restare quella della redistribuzione, della sanità pubblica, del lavoro dignitoso, della difesa del territorio contro la rendita del cemento.
A chi vota in Campania io dico questo: non fatevi comprare da un condono che è un ricatto travestito da regalo. Non accettate che la povertà venga criminalizzata mentre l’illegalità edilizia viene premiata. Fate pesare questa occasione. Scegliete la strada più difficile ma più giusta: quella che rimette al centro gli ultimi e non gli abusivi premiati a urne aperte.
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