America in svendita. Trump, il potere personale e il lato più oscuro degli Epstein files

C’è un filo rosso che attraversa la cronaca statunitense del 2025 e il ritratto spietato di Chris Hedges: la presidenza come potere personale, spettacolare, vendicativo. Non è un semplice eccesso di stile. È un cambio di regime dentro la forma democratica. Nel secondo mandato Trump sta spingendo gli Stati Uniti verso una democrazia plebiscitaria dove il leader pretende fedeltà, non consenso; dove la realtà viene piegata alla mitologia; dove la legge diventa clava contro gli avversari e scudo per gli amici.

Questa deriva non è astratta. Sta in una catena di fatti: monetizzazione della carica, emergenza permanente interna, manipolazione delle regole elettorali, commissariamento del simbolico. E dentro questo quadro c’è una questione che Hedges mette al centro perché tocca il cuore morale del potere: l’ombra lunga del caso Epstein, riemersa con forza dalle carte, dalle testimonianze e dal materiale depositato negli anni, oggi rilanciato nel dibattito come “Epstein files”.

Il potere come impresa privata

Il primo segnale della deriva è la fusione fra Stato e marchio personale. La Casa Bianca, per Trump, non è soltanto un’istituzione: è un moltiplicatore di affari. Monitoraggi indipendenti e ricostruzioni giornalistiche sostengono che dal ritorno al potere la rete familiare trumpiana abbia incassato una quantità enorme di soldi fra donazioni, regali, accordi commerciali e iniziative cripto che vivono di prossimità alla presidenza.

Il nodo politico è semplice: se la presidenza diventa un acceleratore di profitto privato, ogni atto pubblico comincia a odorare di business. Non è più conflitto di interessi: è privatizzazione dell’interesse pubblico, trasformazione del governo in un ramo della holding.

Paura interna e governo per eccezione

La seconda gamba del potere personale è la paura. Sul fronte migratorio, la politica trumpiana ha assunto il volto dell’emergenza permanente. I centri federali di detenzione sono a livelli record; dossier civili e inchieste parlano di sovraffollamento, detenzioni prolungate, condizioni sanitarie degradate, apparato sempre più militarizzato. Il DHS, secondo reporter investigativi, scivola verso pratiche da polizia federale opaca, alimentata da una retorica del “nemico interno”.

Non è solo un giro di vite sull’immigrazione. È un laboratorio di governo per eccezione: si sospende la normalità democratica “per proteggere la nazione”. Una volta normalizzato su un gruppo vulnerabile, questo schema diventa trasferibile ad altri ambiti della vita civile.

Democrazia ingegnerizzata

Hedges parla di elezioni “truccate”. La formula è dura, ma la traiettoria va in quella direzione. Nel marzo 2025 un ordine esecutivo ha tentato di imporre prove di cittadinanza più rigide per la registrazione federale e di limitare il voto postale, con minacce di tagli ai fondi agli Stati non allineati. I tribunali ne hanno bloccato parti, ma l’offensiva resta. A cascata arrivano leggi statali coordinate, verifiche documentali onerose, ridisegni dei distretti e “pulizia” delle liste elettorali.

Il voto non viene abolito. Viene filtrato. Si riduce la platea, si alza il costo sociale della partecipazione. L’autoritarismo contemporaneo conserva l’urna, ma svuota la cittadinanza.

Giustizia come arma politica

Terzo passaggio: la legge come strumento di intimidazione. Osservatori e inchieste segnalano un uso aggressivo delle leve federali e del Dipartimento di Giustizia contro avversari politici e figure istituzionali ostili, secondo una logica di vendetta pubblica. Anche quando i bersagli avessero zone d’ombra reali, il messaggio politico rimane: chi dissente rischia ritorsioni. La sfera pubblica si irrigidisce, la critica si autocensura, l’opposizione entra in apnea.

Conquista del simbolico

La presa del Kennedy Center è un indicatore quasi didattico: cultura pubblica commissariata come parte della guerra culturale del leader. Trump ha rimosso consiglieri, nominato fedelissimi e imposto una direzione che artisti e operatori hanno definito epurazione politica. Non è un capriccio estetico: è un progetto di potere. La cultura non deve essere spazio critico, ma vetrina del leader.

Dentro questo scenario, l’ombra Epstein non entra come nota a margine. Entra come prova di un clima strutturale di impunità, sessuale e politica.

Gli Epstein files e Trump: la zona più “piccante” e politicamente decisiva

Qui serve rigore. Gli Epstein files non sono un fascicolo unico: sono un mosaico di documenti, testimonianze, rubriche di contatti, logbook di volo, materiali emersi nei processi Epstein-Maxwell e nel 2025 rilanciati dalla pubblicazione del birthday book e dal dibattito sulla declassificazione dei file non segreti. Dentro questo mosaico ci sono fatti documentati, accuse civili dettagliate e testimonianze personali. Vanno tenuti insieme distinguendo i piani.

Un rapporto lungo, mondano, reale
Trump ed Epstein non furono conoscenze lampo. La loro frequentazione parte alla fine degli anni ’80, si estende ai ’90 e arriva almeno ai primi 2000. Foto, video e presenze reciproche a feste e proprietà li collocano nello stesso circuito di élite. Hedges lo sottolinea perché è il contrario della versione “ci conoscevamo appena”.

Le frasi di Trump sulle ragazze “molto giovani”
Nel 2002 Trump lodò Epstein pubblicamente e aggiunse una battuta sul fatto che gli piacevano donne “piuttosto giovani”. È un dettaglio simbolico, ma pesantissimo: dipinge un orizzonte culturale dove l’oggetto del desiderio è anche l’asimmetria di potere.

Logbook e rubrica
I registri di volo dell’aereo di Epstein riportano Trump come passeggero in alcune tratte tra 1993 e 1997; il suo nome compare anche nella rubrica dei contatti di Epstein. Nessuno di questi dati prova un reato, ma insieme smontano l’idea di rapporto marginale.

Il birthday book del 2003: lettera, disegno e tono confidenziale
La parte più clamorosa del 2025 è il birthday book preparato per i 50 anni di Epstein, poi ottenuto dal Congresso e reso pubblico. Dentro c’è una lettera attribuita a Trump, esplicitamente sessuale nel tono, incorniciata dal profilo di una donna nuda disegnata a mano. Trump nega di averla scritta e ha fatto causa al Wall Street Journal che l’aveva anticipata. Ma il documento è oggi materiale congressuale ufficiale e ha riacceso lo scandalo proprio perché rivela intimità e complicità, non semplice contiguità mondana.

Maria Farmer e l’ambiente predatorio
Una delle prime denunciatrici di Epstein e Maxwell, Maria Farmer, ha raccontato di aver incontrato Trump nell’ufficio di Epstein nel 1995 e di aver percepito un comportamento invadente, fermato dallo stesso Epstein. È testimonianza, non sentenza, ma descrive l’habitat di predazione e di impunità in cui quella frequentazione avveniva.

Virginia Giuffre reclutata a Mar-a-Lago
Virginia Giuffre lavorava minorenne nella spa di Mar-a-Lago quando Maxwell la agganciò per Epstein. Nel 2025 Trump ha ammesso che Epstein “rubò” giovani dipendenti dal suo club, includendo Giuffre; i registri però indicano che Epstein restò membro ancora per anni. Hedges usa questo passaggio per una ragione politica: non stiamo parlando di una ragazza astratta, ma di un luogo preciso, un club di proprietà di Trump, diventato snodo del reclutamento.

Le email del 2019 riemerse nel 2025
Alcune email di Epstein del 2019, rese note nel 2025, sostengono che Trump “sapeva delle ragazze” e che avrebbe chiesto a Maxwell di smettere. Provenendo da Epstein, non sono prova definitiva: un criminale può mentire. Ma politicamente aprono il varco della domanda decisiva: cosa sapeva Trump e quando lo seppe.

La denuncia “Katie Johnson”: il nucleo più crudo del racconto di Hedges
Hedges riprende la causa civile del 2016 presentata da una donna sotto lo pseudonimo “Katie Johnson”. La denuncia sosteneva che nel 1994, quando aveva 13 anni, sarebbe stata condotta a più feste organizzate da Epstein a New York e lì costretta ad atti sessuali con Trump e con Epstein. Nel testo della causa compaiono dettagli di coercizione, violenze, umiliazioni e minacce verso la vittima e la famiglia. La causa fu ritirata prima del processo e non produsse condanne penali, perciò sul piano giudiziario non è un fatto accertato. Ma è uno dei passaggi più “piccanti” e insieme più politici, perché descrive il livello di brutalità possibile dentro il perimetro di quella cerchia e il clima intimidatorio che poteva portare una vittima a sparire dalla scena pubblica.

Che cosa non c’è, finora
I materiali pubblici su Epstein non contengono ad oggi un’incriminazione penale contro Trump per traffico sessuale di minorenni. Alcune testate e fact-checker sottolineano che non esistono prove pubbliche definitive del suo coinvolgimento diretto nei crimini di Epstein. Dire questo non è assoluzione morale. È tenere la bussola sul fatto che il piano giudiziario e quello politico non coincidono.

Perché questa parte è centrale nella deriva autoritaria

Gli Epstein files contano perché non raccontano solo uno scandalo sessuale: raccontano la logica della casta. Un presidente che ha minimizzato o negato rapporti lunghi con un trafficante di minorenni, e che oggi alterna la parola “bufala” al ruolo di finto paladino della trasparenza, usa la verità come plastilina.

Non è un caso che il 19 novembre 2025 Trump abbia firmato una legge che impone al DOJ di pubblicare entro 30 giorni i documenti non classificati sul caso Epstein, lasciando però ampi margini per oscuramenti. Suona come trasparenza, rischia di diventare controllo della narrazione.

In sostanza, la vicenda Epstein illumina il cuore della presidenza Trump: potere personale, reti opache, riscrittura del passato, richiesta di impunità. Anche senza una sentenza definitiva, la prossimità con Epstein e il modo in cui quella prossimità viene raccontata restano un danno politico strutturale. Perché chi tratta la verità come un accessorio non si fermerà davanti ai diritti civili, alle regole elettorali, alle istituzioni culturali.

Il nodo storico

La domanda finale non è quanto Trump sia “estremo”. È perché il sistema lo consente. La risposta sta nella crisi lunga della democrazia statunitense: disuguaglianza sociale estrema, politica ridotta a marketing identitario, media polarizzati, oligarchie economiche invasive, cittadini educati alla paura più che alla partecipazione.

Trump è sintomo e acceleratore. Un caudillo moderno dentro una potenza che perde il senso del limite. Hedges coglie l’essenziale: quando il capo si fa Stato, lo Stato diventa palco, e il palco diventa azienda, la democrazia resta in piedi solo come scenografia. Gli Epstein files sono un riflettore acceso dietro le quinte: mostrano che quell’azienda del potere non tollera la luce, perché la luce distrugge il culto.

Fonti

Chris Hedges, “Gli USA sono una repubblica delle banane”, Scheerpost, trad. SinistraInRete, 11–12 novembre 2025.
Reuters, “Congress releases Epstein’s ‘birthday book,’ including alleged Trump letter”, 8–9 settembre 2025.
Associated Press, “Trump note to Epstein that he denies writing is released by Congress”, 8 settembre 2025.
Politico, “White House issues fresh denials upon release of Epstein birthday greeting”, 8 settembre 2025.
The Guardian, “Release of sexually suggestive Epstein ‘birthday book’ piles pressure on Trump”, 8 settembre 2025.
PolitiFact, “What we know about the Trump-Epstein falling out”, 31 luglio 2025.
Wikipedia, “Relationship of Donald Trump and Jeffrey Epstein” e materiali collegati al filone 2025.