Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui le parole smettono di essere strumenti retorici e diventano categorie della realtà. “Democratura” non è più un’espressione da convegno accademico o da saggio politologico. È una chiave di lettura concreta, oggi, per comprendere ciò che sta accadendo in Italia.
Il nuovo Decreto Sicurezza varato dal governo guidato da Giorgia Meloni non rappresenta una semplice continuità con le politiche restrittive del passato. Segna un passaggio di fase. Introduce una logica fondata sulla prevenzione repressiva, sull’anticipazione del sospetto, sulla limitazione sistematica degli spazi di partecipazione democratica.
Non siamo di fronte a un inasprimento tecnico delle norme. Siamo davanti a una trasformazione del rapporto tra Stato e cittadini.
Colpire la protesta, non la violenza
Da anni, in Italia, il racconto pubblico delle manifestazioni è dominato dalla retorica dell’“ordine pubblico”. Ogni piazza viene descritta come potenziale pericolo, ogni protesta come rischio da neutralizzare.
Con questo decreto, però, si compie un salto ulteriore.
Non si colpiscono più soltanto i comportamenti violenti. Si colpisce il diritto stesso di protestare.
Il fermo preventivo fino a dodici ore, basato su un generico “fondato sospetto”, introduce una forma di punizione anticipata. Il cittadino può essere privato della libertà non per ciò che ha fatto, ma per ciò che potrebbe fare.
È una rottura profonda con i principi dello Stato di diritto.
In una democrazia costituzionale, la libertà personale è inviolabile e può essere limitata solo in presenza di fatti accertati. Qui, invece, si istituzionalizza il sospetto come criterio di intervento.
Il reato viene sostituito dall’ipotesi.
La prova dalla percezione.
La giustizia dalla prevenzione.
La discrezionalità come forma di potere
Uno degli aspetti più pericolosi del decreto è l’enorme spazio concesso alla discrezionalità amministrativa.
Saranno questure e prefetture a decidere chi fermare, quando, come e perché. Senza parametri chiari, senza controlli tempestivi, senza reali possibilità di difesa immediata.
Si crea così una catena di comando verticale: governo, prefetture, forze di polizia. Una struttura che concentra il potere decisionale e riduce i contrappesi.
Il controllo giudiziario, evocato come garanzia, appare debole e tardivo. Come può un giudice smontare un provvedimento fondato su una valutazione soggettiva? Come può contestare un “convincimento” privo di riscontri oggettivi?
Nella maggior parte dei casi, non potrà farlo.
La legalità resta formalmente in piedi. Ma viene svuotata nella pratica.
Dall’emergenza alla normalizzazione autoritaria
Il richiamo alla Legge Reale del 1975 è inevitabile. Anche allora, in nome dell’emergenza, si ampliarono i poteri repressivi. Ma oggi il contesto è diverso.
Non siamo in una fase di terrorismo diffuso. Non siamo in una situazione di guerra interna. Siamo in una crisi sociale, economica, democratica.
Precarietà, impoverimento, disuguaglianze, servizi pubblici in crisi, sfiducia nelle istituzioni.
È in questo scenario che nasce il nuovo impianto securitario.
Non per rispondere a una minaccia eccezionale, ma per governare il malessere sociale.
Il decreto diventa così uno strumento di gestione politica del conflitto: prevenire, dissuadere, neutralizzare prima che il dissenso si organizzi.
È una logica tipica dei regimi ibridi: mantenere l’apparenza democratica, svuotandone la sostanza.
La pedagogia della paura
Ogni democratura funziona attraverso un meccanismo fondamentale: la paura.
Non serve arrestare tutti. Basta colpire alcuni.
Non serve reprimere sempre. Basta far capire che si può.
Quando partecipare a una manifestazione comporta il rischio di un fermo, quando organizzare un corteo diventa un problema giudiziario, quando esporsi pubblicamente ha conseguenze personali, la società cambia.
Si diffonde l’autocensura.
Si riduce la partecipazione.
Si normalizza il silenzio.
La repressione più efficace è quella che convince le persone a rinunciare spontaneamente ai propri diritti.
È una forma di controllo invisibile, ma potentissima.
L’illusione delle rassicurazioni
C’è chi invita alla calma. Chi parla di esagerazioni. Chi confida nei “pesi e contrappesi”.
È una pericolosa illusione.
Nessuna deriva autoritaria nasce improvvisamente. Tutte si costruiscono per accumulo: decreti, deroghe, emergenze, eccezioni, proroghe.
Ogni volta si dice: è solo temporaneo.
Ogni volta si restringe un po’ lo spazio di libertà.
Finché ciò che era eccezione diventa norma.
Le rassicurazioni istituzionali servono soprattutto a disinnescare il conflitto sociale, a rendere accettabile ciò che non dovrebbe esserlo.
Una questione di cittadinanza
Il problema del decreto sicurezza non è solo giuridico. È politico e culturale.
Riguarda il modello di società che si sta costruendo.
In questo modello, il cittadino non è più soggetto attivo della democrazia, ma potenziale problema di ordine pubblico.
La partecipazione diventa fastidio.
Il dissenso diventa minaccia.
La critica diventa anomalia.
È una visione incompatibile con lo spirito della Costituzione repubblicana, fondata sulla sovranità popolare, sulla libertà di espressione, sul pluralismo.
Qui si afferma invece un’idea verticale del potere, fondata sull’obbedienza e sulla sorveglianza.
Quando il silenzio diventa complicità
Ci sono momenti nella vita di un Paese in cui non esistono posizioni neutre.
Minimizzare oggi significa legittimare domani.
Tacere oggi significa accettare l’arbitrio futuro.
Difendere il diritto a manifestare non significa giustificare la violenza. Significa difendere la democrazia.
Difendere il dissenso non significa creare disordine. Significa impedire che il potere diventi incontrollabile.
La libertà non viene mai cancellata tutta insieme. Viene erosa lentamente, pezzo dopo pezzo, fino a diventare una concessione.
Quando una società smette di indignarsi per la perdita dei diritti, ha già perso molto più di una legge.
Ha perso la propria coscienza civile.
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