Sicurezza come pretesto: lo Stato preventivo e la normalizzazione dell’eccezione

C’è un copione che si ripete con una puntualità quasi matematica: un episodio di violenza, una narrazione unilaterale, un’emergenza costruita e, infine, un pacchetto normativo che restringe diritti e amplia poteri. La mozione sulla sicurezza che la destra porterà in Senato il 4 febbraio non fa eccezione. Anzi, rappresenta un ulteriore passo in avanti verso uno Stato preventivo, dove il sospetto precede il fatto e la repressione viene giustificata come tutela dell’ordine.

La risoluzione annunciata dopo i fatti di Torino è costruita interamente su un racconto selettivo. I numeri vengono esibiti come clava politica, le parole scelte con cura per evocare uno scenario bellico: “guerriglia urbana”, “soggetti armati”, “devastazione”. In questo quadro, il conflitto sociale viene ridotto a un problema di ordine pubblico, e la piazza – tutta la piazza – diventa un potenziale nemico interno.

Il primo pilastro della mozione è lo scudo penale per gli agenti. Una formula che, dietro l’apparente tutela di chi svolge un lavoro difficile, introduce un principio pericoloso: la differenziazione della responsabilità penale in base alla divisa indossata. In uno Stato di diritto la legge non protegge categorie, ma garantisce diritti e doveri uguali. Qui, invece, si prepara un’asimmetria: mentre il cittadino risponde sempre delle proprie azioni, l’agente viene preventivamente “coperto” nell’esercizio delle sue funzioni. È una torsione giuridica che indebolisce la fiducia, non la rafforza.

Il secondo punto è ancora più insidioso: il fermo preventivo. Non si interviene più su un reato commesso, ma su un rischio presunto. Si colpisce chi potrebbe fare qualcosa, non chi l’ha fatta. È il passaggio dallo Stato di diritto allo Stato di previsione, dove il comportamento futuro viene ipotizzato e represso prima che esista. Un modello che ricorda più la logica della sorveglianza permanente che quella della democrazia costituzionale.

Il terzo elemento riguarda gli sgomberi degli immobili occupati, presentati come misura neutra, tecnica, inevitabile. Ma anche qui la selettività è evidente. I centri sociali diventano il bersaglio simbolico, il luogo su cui mostrare forza e determinazione. Spazi di conflitto, di mutualismo, di critica vengono trattati come un problema di sicurezza nazionale. Eppure, mentre si annunciano nuovi sgomberi, su altri immobili occupati – quelli dell’estrema destra organizzata – cala un silenzio assordante.

Il passaggio più rivelatore della mozione, però, è quello che riguarda il diritto di manifestare. Formalmente viene riaffermato, ma subito dopo condizionato, limitato, recintato. Si parla di “tenere lontano” dalle manifestazioni chi è considerato violento, senza chiarire chi decide, come, su quali basi. È una formula vaga, elastica, perfetta per essere usata contro chiunque disturbi l’ordine costituito. Non si colpisce solo la violenza: si disciplina il dissenso.

In tutto questo, manca un elemento fondamentale: una riflessione seria e onesta sull’uso della forza da parte dello Stato. Le immagini di pestaggi, cariche sproporzionate, aggressioni a giornalisti non entrano nel racconto ufficiale. La violenza è sempre e solo “degli altri”. Lo Stato non sbaglia, reagisce. Non reprime, tutela. È questa autoassoluzione permanente che rende pericolosa la deriva in atto.

C’è infine un’assenza che pesa più di molte parole: CasaPound. Nessun riferimento, nessuna condanna, nessuna volontà di intervenire. Eppure parliamo di un’organizzazione che occupa immobili, che pratica intimidazione politica, che si richiama apertamente al fascismo. Qui la sicurezza scompare, l’urgenza evapora, il rigore si scioglie. È il doppio standard elevato a metodo di governo.

Questa mozione non serve a garantire sicurezza. Serve a ridefinire i confini della democrazia, restringendoli. Serve a trasformare il conflitto sociale in un problema penale e la piazza in una minaccia. Serve, soprattutto, a normalizzare l’eccezione, rendendola prassi.

La storia insegna che quando la sicurezza diventa l’unico linguaggio del potere, la libertà è già sotto processo. E quando lo Stato sceglie chi colpire e chi ignorare, non sta difendendo l’ordine: sta scegliendo da che parte stare.

E, ancora una volta, non è quella della Costituzione.