L’ascesa del complesso militare-tecnologico non è più una distopia letteraria, ma una cronaca quotidiana di efficienza algoritmica applicata alla coercizione. La milizia trumpiana d’assalto anti-immigrazione, l’ICE, si avvale oggi di una piattaforma sviluppata da Palantir che mappa casa per casa le zone urbane incrociando dati sanitari, di viaggi e dei cellulari degli abitanti. Si chiama ELITE ed è l’ultimo esperimento di sorveglianza autoritaria di massa. L’azione di questa polizia d’assalto non è fatta solo di codici, ma di violenza fisica indiscriminata. I tre colpi di pistola che hanno ucciso a Minneapolis Renee Nicole Good il 7 gennaio 2026 hanno squarciato il velo sul ruolo di “squadraccia” svolto dall’ICE. Ma il bilancio si è aggravato drammaticamente il 24 gennaio con l’omicidio di Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva dedicato alla cura dei veterani. Pretti è stato abbattuto da oltre dieci colpi sparati in cinque secondi mentre filmava gli agenti; nonostante i tentativi della Casa Bianca di bollarlo come un “agitatore insurrezionalista”, le prove video mostrano un uomo disarmato, con un cellulare in mano, brutalmente ucciso mentre cercava di prestare soccorso. A queste morti si aggiungono quelle silenziose in custodia, come quella di Luis Gustavo Núñez Cáceres, morto per mancanza di cure adeguate, e altri decessi documentati solo nel primo mese del 2026. Una milizia fascista la cui azione non sarebbe possibile senza il ruolo di Palantir e la sua piattaforma ELITE, uno strumento di mappatura di massa contro l’immigrazione e contro la stessa democrazia.
Eletto assumendo le tesi del programma reazionario Project 2025, Donald Trump ha avviato la sua seconda presidenza sulle linee del suprematismo razziale bianco, promuovendo l’arresto e l’espulsione forzata di migliaia di immigrati. Nonostante le promesse elettorali di J. D. Vance su un milione di espulsioni, i primi mesi mostravano numeri relativamente modesti, con circa 18.000 arresti a febbraio. Per correggere questa situazione e raggiungere gli obiettivi dichiarati, è entrata in gioco l’azione di Palantir Technologies, la big tech securitaria fondata da Peter Thiel e Alex Karp. Nell’aprile 2025 è divenuto pubblico un contratto da 30 milioni di dollari per la costruzione di “Immigration OS”, un sistema operativo atto a potenziare la sorveglianza e la gestione dei casi in carico all’ICE. Sebbene ufficialmente presentato per snellire l’identificazione di chi soggiorna con visto scaduto, inchieste indipendenti di 404 Media hanno rivelato scopi ben più oscuri, come lo sviluppo di strumenti di supporto per le deportazioni di massa e la creazione di un database di indizi utili alla cattura di singole persone attraverso l’incrocio di dati amministrativi. Il culmine di questo percorso è ELITE, una piattaforma di supporto per identificare interi quartieri da setacciare.
Il rapporto tra Palantir e l’ICE risale al 2014 con la piattaforma Falcon, che funge da sistema nervoso centrale delle investigazioni del Dipartimento di Sicurezza Interna. Questa fornisce quella che l’azienda definisce l’ontologia dei dati: milioni di record su studenti stranieri, patenti di guida, tracce di viaggi aerei e dati estratti dai telefoni cellulari. Con l’avvento della seconda amministrazione Trump, l’obiettivo si è spostato dal supporto a indagini singole all’ottimizzazione di operazioni massive contro gli immigrati. Si configura un vero apartheid digitale, sostenuto apertamente da Alexander Karp, amministratore delegato dell’azienda e, paradossalmente, sostenitore democratico. La logica operativa di ELITE sostituisce la ricerca individuale con forme di rastrellamento basate su logiche puramente territoriali. In una mappa interattiva viene disegnato il perimetro di un’area urbana e il sistema interroga la rete dei dati incrociando le informazioni dello Human and Health Services, i dati di Medicaid e del servizio rifugiati. Viene estratto un catalogo di bersagli con relativi dossier esplicativi e punteggi di confidenza sulla loro effettiva presenza fisica. Gli agenti intervengono in modalità “caccia”, massimizzando il numero di espulsioni per singola azione, accettando il rischio elevato di feriti o morti come effetti collaterali necessari all’efficienza statistica.
Le radici di ELITE affondano nella collaborazione strategica tra Palantir e le sezioni informatiche israeliane, in particolare la Unit 8200. Nella Striscia di Gaza, la tecnologia di Palantir alimenta la cosiddetta “kill chain”. Attraverso sistemi come Lavender e “Where’s Daddy?”, l’infrastruttura di analisi dati ha permesso all’esercito israeliano di generare migliaia di obiettivi umani in tempi record. Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, ha citato esplicitamente la partnership tra Palantir e il Ministero della Difesa israeliano, parlando di una possibile complicità legale in crimini di guerra e genocidio. Alex Karp ha paragonato il potere della guerra algoritmica a quello delle armi nucleari tattiche. La de-umanizzazione è totale: se a Gaza l’output è un attacco drone, negli USA è una squadraccia che sfonda la porta di un infermiere come Alex Pretti.
L’Europa appare del tutto incapace di contrastare questo modello di sicurezza privatizzato. Il rischio che questa tecnologia venga utilizzata in ogni parte del mondo per criminalizzare il dissenso è reale. Due notizie recenti confermano la gravità della situazione: le negoziazioni per l’Enhanced Border Security Partnership, che condividerebbe database biometrici europei con il DHS americano violando il GDPR, e il cloud “europeo” di Amazon che, nonostante la localizzazione dei server, resta assoggettato al Cloud Act USA, permettendo alle autorità americane l’accesso ai dati ovunque si trovino. Quanto sta avvenendo con ELITE va interpretato come un caso di studio sulla possibile evoluzione distopica del potere statale nell’era digitale. Le architetture software incarnano visioni politiche autoritarie e razziste. Non dobbiamo abbassare la guardia: una società dove lo Stato può prevedere ogni movimento trasformando la popolazione in dati interrogabili non è più una società libera. Dobbiamo reagire con fermezza estrema. È necessario attivare il protagonismo di una cittadinanza informata che rifiuti di essere catalogata e colpita da un algoritmo. La resistenza che parte dalle strade di Minneapolis e dalle denunce dei crimini a Gaza è l’unico punto di partenza per una società che si rifiuta di diventare un bersaglio. Dobbiamo pretendere lo smantellamento di questi sistemi e il ritorno a una giustizia umana, trasparente e basata sul diritto, non sulla potenza di calcolo di una big tech.