Ci sono guerre che fanno rumore e guerre che vengono tenute apposta nel silenzio. La questione kurda appartiene a questa seconda categoria: un dolore lungo, stratificato, quasi “normale” per chi guarda da lontano, e quindi perfetto per essere ignorato.
Eppure basta pochissimo perché quel silenzio si riveli per quello che è: una complicità. Basta che Aleppo torni a bruciare nei suoi quartieri kurdi, basta che un cessate il fuoco venga venduto come svolta “storica” e poi evapori come una promessa in campagna elettorale. E io capisco subito che non siamo davanti a una serie di incidenti: siamo dentro un metodo. La violenza come amministrazione della realtà. L’impunità come sistema. La propaganda come anestesia.
Negli ultimi giorni la Siria si è rimessa in moto come una scacchiera impazzita. Da un lato un accordo che dovrebbe “integrare” le forze kurde nelle strutture statali, dall’altro il rischio concreto che quell’integrazione sia una resa mascherata, un modo pulito per smontare l’autonomia pezzo dopo pezzo, senza dichiarare mai apertamente l’obiettivo finale.
La Turchia parla di “svolta storica”. E quando Ankara usa queste parole io non mi tranquillizzo mai: mi viene il dubbio che stia solo incassando, lentamente e con metodo, una partita che dura da decenni.
I. Aleppo e la Siria della normalizzazione: quando l’orrore diventa gestibile
Il punto non è solo la ripresa degli scontri. È il contesto politico che li rende possibili. La Siria di oggi è attraversata da un paradosso che dovrebbe far vergognare chiunque osi ancora parlare di “valori occidentali”: figure e apparati che fino a ieri venivano presentati come un problema globale diventano, nel giro di poco, interlocutori credibili, partner possibili, volti “pragmatici” nelle foto ufficiali.
Ahmed al-Sharaa è l’emblema di questa normalizzazione. Il messaggio è chiarissimo: non conta cosa sei stato, non contano le tue ombre, non contano le tue alleanze. Conta solo se servi. Se ti inserisci nell’ordine nuovo che qualcuno ha deciso.
In questa Siria “ripulita” per la diplomazia, i kurdi non sono un dettaglio etnico. Sono un ostacolo politico. Perché rappresentano un’idea incompatibile con l’ordine che si vuole ripristinare. E quando un’idea è incompatibile, non la si discute: la si cancella.
II. Un popolo spezzato in quattro: la condanna della statelessness
La questione kurda è, prima di tutto, una condanna geopolitica. Un popolo grande, antico, radicato, ma frammentato tra quattro Stati: Turchia, Siria, Iraq, Iran. Una nazione senza Stato è una ferita permanente, perché ogni confine diventa una gabbia e ogni governo trova comodo dipingere quel popolo come un problema di sicurezza, mai come una questione di diritti.
E qui sta l’inganno più vecchio e più efficace: si pronuncia la parola “terrorismo” come una formula magica, e tutto il resto scompare. Scompaiono le lingue proibite. Scompaiono gli arresti politici. Scompaiono le città svuotate. Scompare la vita quotidiana trasformata in sospetto.
Così si ottiene la cosa più preziosa per chi domina: un popolo senza voce, ridotto a caso di cronaca, a nota a piè pagina, a minaccia astratta.
III. Rojava: la democrazia dal basso come nemico assoluto
In Siria, i kurdi hanno tentato qualcosa di rarissimo in Medio Oriente: un’esperienza di autogoverno che ha provato a tenere insieme pluralismo, convivenza tra comunità, partecipazione, centralità delle donne, e una cultura politica opposta alla logica del capo assoluto e dell’obbedienza cieca.
Non è stato un paradiso. Non è stato “puro”. Ma è stato reale. E questa è la vera colpa. Perché un esperimento reale, anche imperfetto, può diventare contagioso. Può far venire alle persone un’idea pericolosa: che esiste un’alternativa al dominio.
Le SDF sono state per anni l’ossatura militare della guerra contro l’ISIS, con il supporto statunitense. In parole brutali: sono state utili. Poi, quando l’utile rischia di diventare autonomo, si trasforma in problema. E il problema si risolve sempre allo stesso modo, con le parole che fanno sembrare “ragionevole” ciò che è una strangolatura: riorganizzazione, integrazione, stabilità.
L’autonomia può esistere, sì. Ma solo finché non disturba gli interessi dei grandi.
IV. Al-Shadadi: quando la “guerra al terrorismo” si rivela una recita
C’è un punto che per me è la cartina di tornasole dell’ipocrisia internazionale: le prigioni dove sono detenuti migliaia di membri dell’ISIS. Qui non si parla di opinioni. Qui si parla di rischio materiale, immediato: uomini addestrati alla ferocia, pronti a riemergere come un veleno mai davvero neutralizzato.
Ed è proprio qui che, in queste ore, il quadro si è fatto ancora più grave e più scandaloso.
Secondo quanto denunciato dalla Rete Kurdistan, le forze del governo di transizione siriano e milizie jihadiste alleate hanno attaccato la prigione di Al-Shadadi, liberando i detenuti dell’ISIS. E la parte più inquietante non è soltanto l’attacco: è il contorno politico che lo rende qualcosa di più di un “fatto di guerra”.
La Coalizione Internazionale, quella che si riempie la bocca di lotta al terrorismo, avrebbe taciuto e non sarebbe intervenuta. Le SDF si sarebbero trovate da sole a contenere l’assalto, resistendo fino allo stremo, pagando con morti e feriti un prezzo altissimo. E il risultato sarebbe la fuga di un numero enorme di combattenti dell’ISIS.
Su quante persone siano scappate c’è già una guerra di numeri. Da un lato le versioni ufficiali che minimizzano, dall’altro stime molto più alte riportate da fonti kurde e da media internazionali. Ma il cuore del problema non cambia di una virgola: se anche “solo” decine di jihadisti tornano liberi, il danno è gigantesco. Se ne scappano centinaia, è una frattura strategica. Se sono migliaia, è un terremoto.
E qui il ricatto si mostra nella sua forma più nuda. Ci raccontano che ogni repressione, ogni invasione, ogni bombardamento preventivo è “necessario” per fermare il terrorismo. Poi però, quando il terrorismo si rialza davvero, quando lo si può toccare con mano, la macchina che dovrebbe intervenire resta ferma, muta, immobile.
Non è incoerenza. È cinismo. Perché il terrorismo, se resta una minaccia latente, diventa anche un’arma politica. Serve a giustificare occupazioni. Serve a cancellare diritti. Serve a costruire consenso con la paura. Serve a tenere intere popolazioni dentro il recinto della “sicurezza” mentre fuori, nell’ombra, si fanno affari e accordi.
E come se non bastasse, nello stesso quadro emerge la minaccia su Kobane. Kobane non è un posto qualsiasi. Kobane è un simbolo storico: è il luogo dove nel 2015 il mondo intero vide che l’ISIS poteva essere fermato. Non da un impero, ma da un popolo. Non da un bombardamento televisivo, ma dalla resistenza reale.
Vederla di nuovo sotto attacco significa una cosa sola: si sta tentando di cancellare non solo persone e territori, ma la memoria stessa di ciò che quel popolo ha rappresentato.
E io, davanti a questo, mi faccio una domanda che pesa come un macigno: com’è possibile che chi ha “salvato il mondo” dall’ISIS venga oggi lasciato solo mentre l’ISIS torna a camminare?
V. Turchia: pace come parola, repressione come struttura
Sul fronte turco, la narrazione ufficiale vorrebbe raccontare una fase nuova: annunci di fine della lotta armata, segnali simbolici, parole cariche di promessa, immagini costruite per dire “si volta pagina”.
Io però non riesco a leggere questa storia come una favola lineare. Perché conosco il copione della politica turca: quando serve dialogo, lo promette. Quando serve consenso nazionalista, reprime. La pace diventa una leva. Un interruttore da accendere e spegnere. Uno strumento, non un diritto.
E in una regione dove la guerra è sempre stata anche un’economia, nessuno rinuncia volentieri a quell’interruttore.
VI. Afrin e i territori occupati: la pulizia lenta, quotidiana, amministrata
Poi c’è Afrin. Un nome che dovrebbe pesare come una sentenza. In quelle aree sotto controllo turco e delle milizie alleate, da anni emergono segnalazioni di abusi: rapimenti, estorsioni, saccheggi, arresti arbitrari, violenze sistematiche. Non incidenti. Non mele marce. Una modalità di governo.
Qui la cancellazione non avviene solo con le bombe. Avviene con la paura quotidiana. Con la proprietà rubata. Con l’identità trasformata in colpa.
È una guerra che assomiglia a una burocrazia: lenta, ripetitiva, “gestibile”. E proprio per questo devastante.
VII. Iraq e Iran: autonomia sotto condizione, diritti sotto sorveglianza
In Iraq, la Regione autonoma del Kurdistan resta sospesa tra aspirazione e strangolamento politico. Dopo il referendum del 2017, la traiettoria indipendentista si è schiantata contro muri altissimi, costruiti da Baghdad, ma anche da chi a parole predica autodeterminazione e nei fatti la teme come un incendio.
E intanto petrolio e gas restano un cappio. L’autonomia è tollerata finché conviene. Finché non cambia gli equilibri. Finché non sposta il potere vero: quello economico.
In Iran, il copione è più duro ancora: ogni rivendicazione kurda viene trattata come minaccia interna. La parola “sicurezza” diventa una porta blindata, chiusa contro un popolo che chiede diritti elementari.
VIII. L’Occidente: i diritti come retorica, l’ordine come obiettivo
Ed eccoci al punto che mi brucia davvero: l’Occidente. Quello che ama raccontarsi come custode dei diritti umani, ma poi applica i diritti come un menu geopolitico.
A chi è alleato si perdona tutto.
A chi è utile si concede una tregua.
A chi è scomodo si nega perfino la dignità di esistere come soggetto politico.
Il popolo kurdo è stato una trincea contro l’ISIS. Un argine pagato col sangue. E oggi viene trattato come un dossier da archiviare: un fastidio da ridurre, un’anomalia da integrare, un sogno da spegnere.
E il caso di Al-Shadadi, così come viene denunciato e raccontato in queste ore, rende questa ipocrisia intollerabile. Perché se la coalizione internazionale tace mentre i detenuti dell’ISIS fuggono, allora la “guerra al terrorismo” non è più nemmeno un alibi: è un cartello stradale buono per tutte le direzioni, utile solo a far passare ciò che si vuole far passare.
Questa è la complicità vera: non sempre un crimine dichiarato, ma una somma di silenzi, strette di mano, riabilitazioni rapide, doppi standard. E soprattutto una complicità che si vede nel momento in cui sarebbe necessario agire, non parlare.
IX. L’unica alternativa alla guerra: un futuro politico, non militare
Io non ho illusioni romantiche. So che la pace non nasce da una poesia, e so che ogni percorso politico in quella regione è attraversato da contraddizioni enormi.
Però una cosa mi sembra limpida: l’unico scenario che non sia eliminazione a bassa intensità, deportazione permanente, repressione ciclica, è una soluzione politica vera. Un modello federale o confederale, pluralista, dove i popoli non siano ospiti tollerati ma cittadini riconosciuti.
La proposta di Öcalan, al netto di tutto, mette il dito nella ferita: se continuiamo a lasciare il destino dei popoli al linguaggio delle armi, allora vincerà sempre chi ha più droni, più soldi, più alleati, più propaganda. Ma se proviamo a restituire cittadinanza all’immaginario politico, allora la parola “futuro” smette di essere una presa in giro.
E forse è proprio questo che spaventa: non la forza militare kurda, ma l’idea kurda. L’idea che un popolo possa vivere senza chiedere il permesso all’impero di turno.
Chi guarda, oggi, non può dire “non sapevo”. La storia kurda è scritta in piena luce. È l’Occidente che continua a spegnere la lampada, ogni volta che quella luce illumina le sue responsabilità.
E io, sinceramente, non ho più voglia di fingere che sia solo “complessità geopolitica”. Qui c’è una scelta. E il mondo, ancora una volta, sta scegliendo di voltarsi dall’altra parte.
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