Ci stanno addestrando. Con pazienza, con ripetizione, con una propaganda che fa sembrare inevitabile ciò che è soltanto voluto. Ci stanno abituando alla “normalità” della guerra: come se fosse un fatto atmosferico, come la pioggia. Come se fosse un destino. E invece la guerra non è mai un destino: è sempre una scelta politica, economica, ideologica.
E quando la guerra diventa normalità, succede una cosa precisa: la vita perde valore. Le vittime si trasformano in numeri. Il diritto diventa un intralcio. La democrazia viene riscritta come una complicazione. E il futuro, che dovrebbe essere un campo aperto, viene ristretto fino a diventare una gabbia.
Questo non riguarda solo Gaza. Non riguarda solo l’Ucraina. Non riguarda solo i conflitti che “fanno notizia” quando conviene. Riguarda noi. Riguarda l’Italia. Riguarda la qualità della nostra libertà e il senso stesso della parola civiltà.
Il diritto internazionale non è un optional: o lo difendi o scivoli nella barbarie
Il punto centrale è semplice, e proprio per questo dà fastidio: senza diritto internazionale non esiste pace, e senza pace non esiste democrazia.
La Carta delle Nazioni Unite nasce per impedire che la forza sostituisca la legge, e mette nero su bianco un principio elementare: gli Stati devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di altri Stati.
Quel principio oggi viene trattato come carta straccia. Si condanna la violazione del diritto quando conviene, e la si ignora quando è “amica”. Si invoca la legalità contro i nemici e si pratica l’impunità per gli alleati. È il doppio standard come forma di governo del mondo. È l’ipocrisia elevata a sistema.
E quando il diritto internazionale viene umiliato, la conseguenza non resta fuori dai confini: torna dentro casa, come un boomerang. Perché se la legge del più forte diventa il modello globale, prima o poi diventa anche il modello interno.
Il riarmo è un furto: ci tolgono il welfare per finanziare la guerra
La guerra non è soltanto bombe e carri armati. La guerra è un’economia. E l’economia di guerra non è neutrale: redistribuisce ricchezza verso l’alto, e scarica il costo verso il basso.
Il dato parla da solo: la spesa militare mondiale ha raggiunto circa 2.718 miliardi di dollari nel 2024, il livello più alto mai registrato, con una crescita rapidissima anche in Europa e in Medio Oriente.
Ora, proviamo a dirlo senza giri di parole: quei soldi sono ospedali non costruiti, scuole impoverite, trasporti pubblici lasciati marcire, case popolari mai realizzate, salari congelati, precarietà resa permanente. È lo Stato sociale che viene smontato pezzo dopo pezzo mentre ci ripetono che “non ci sono risorse”.
Le risorse ci sono. Solo che cambiano destinazione. E quando cambiano destinazione, cambia anche la società: diventa più dura, più diseguale, più militarizzata, più cinica.
La destra reazionaria non vuole sicurezza: vuole obbedienza
Qui si vede il cuore nero della regressione: la trasformazione della politica in ordine pubblico. La pace non serve solo a evitare le guerre lontane: serve a impedire che la guerra diventi un metodo di governo qui, tra noi.
Quando un governo si allinea alla logica della forza, poi ha bisogno di controllare il dissenso. E allora arrivano norme punitive, strette repressive, criminalizzazione delle piazze, intimidazioni verso chi sciopera, verso chi protesta, verso chi “disturba”.
Il messaggio è brutale: se ti muovi, sei un problema. Se alzi la voce, sei un pericolo. Se chiedi pace, vieni trattato come un nemico interno.
E questa è la vera malattia democratica: non la conflittualità sociale, ma l’idea che la conflittualità sia illegittima. È la politica che torna indietro di decenni, verso un modello disciplinare e autoritario, dove lo Stato non garantisce diritti: li concede. E può ritirarli.
L’Italia ha una bussola: ripudia la guerra (ma qualcuno prova a spezzarla)
Noi non dovremmo nemmeno discutere, su certe cose. Perché nella nostra Costituzione c’è una frase che dovrebbe essere scolpita sulle porte del Parlamento, dei ministeri, delle redazioni e dei talk show.
L’Italia ripudia la guerra. Non la “limita”. Non la “regola”. La ripudia. E ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Quell’articolo non è poesia: è una scelta di civiltà. È l’antidoto storico contro il fascismo, contro l’imperialismo, contro la violenza come strumento politico.
Ecco perché oggi dà fastidio. Perché chi spinge il riarmo, chi vuole il Paese più duro e più obbediente, ha bisogno di trasformare quell’articolo in un reperto da museo. Ha bisogno di farci credere che sia “superato”. Ha bisogno di staccarci dalla memoria.
Ma la memoria, qui, è una forma di resistenza. Ed è l’unico modo per non diventare complici.
Pace, disarmo, unità: il fronte necessario
La pace non è una candela accesa al balcone. È un progetto politico collettivo. E per diventare reale ha bisogno di una cosa che oggi fa paura ai potenti: unità.
Unità tra movimenti, associazioni, sindacati, territori, scuole, università, enti locali. Unità non come parola buona, ma come rete concreta: una sola voce capace di reggere l’urto della propaganda, capace di spezzare l’isolamento mediatico, capace di impedire che la pace venga ridotta a un’infantile ingenuità.
Perché la pace è realismo. Il vero irrealismo è credere che l’escalation non ci travolgerà. Il vero infantilismo è pensare che la guerra sia “lontana” mentre cambia già le nostre leggi, il nostro linguaggio, le nostre priorità, i nostri bilanci, e perfino la nostra idea di umanità.
La scelta è adesso: o ricostruiamo civiltà, o ci abituiamo alla barbarie
Io non ci sto a vivere in un Paese dove la guerra diventa un’abitudine e la repressione un’abitudine ancora più grande. Non ci sto a vedere il diritto internazionale ridotto a propaganda, la Costituzione trasformata in cerimoniale, la pace trattata come un’utopia ridicola.
La guerra è una fabbrica: produce profitti, produce paura, produce obbedienza. E proprio per questo va fermata alla radice, prima che divori tutto.
La pace è un bene primario. Senza pace non c’è giustizia sociale. Senza pace non c’è democrazia. E senza democrazia, anche la vita quotidiana diventa una trincea.
Per questo oggi il compito è uno solo: rompere la normalizzazione. Dire no al riarmo. Dire no al doppio standard. Dire no alla regressione autoritaria. E costruire un fronte umano, popolare, costituzionale, capace di rimettere al centro la cosa più rivoluzionaria di tutte: la vita.
Fonti essenziali
Carta delle Nazioni Unite (testo integrale, principio del divieto di uso della forza: art. 2, par. 4). SIPRI, Trends in World Military Expenditure, 2024 (spesa militare globale 2024: 2.718 miliardi di dollari). Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 11 (testo ufficiale).
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