IL CAPITALE CONTRO LA VITA

Quando l’1% divora il clima, accende le guerre e chiude la porta al futuro

Io non riesco più a separare le cose. Non riesco più a parlare di disuguaglianza come se fosse un tema “economico” e, a parte, di crisi climatica come se fosse un tema “ambientale”. Non ci riesco, perché ormai il quadro è troppo evidente: è lo stesso sistema che accumula ricchezza nelle mani di pochi a consumare il pianeta, a bruciare risorse, a spingere popoli interi dentro la precarietà permanente.

C’è un’idea tossica che ci hanno messo in testa per anni: che l’economia sia una cosa “neutra”, una specie di meteo naturale. E invece no. L’economia che stiamo vivendo è una scelta politica continua. È una macchina costruita per concentrare potere. E quando concentri potere, concentri anche la capacità di distruggere.

Il 2026 si è aperto con una fotografia che da sola basterebbe a zittire mille dibattiti televisivi: secondo Oxfam, l’1% più ricco del pianeta ha già esaurito la propria quota annuale di emissioni in appena dieci giorni. Lo 0,1% ha sforato in circa tre giorni. Il 10 gennaio è diventato “Pollutocrat Day”: il giorno in cui i signori del carbonio finiscono il loro “anno” e cominciano, di fatto, a usare quello degli altri. 

E lì capisco che non stiamo parlando di “stili di vita”. Stiamo parlando di un rapporto di forza. Stiamo parlando di dominio.

Perché se il budget compatibile con la soglia dell’1,5°C è intorno a 2,1 tonnellate di CO₂ pro capite, l’1% viaggia su una media di circa 75 tonnellate. Non è una differenza, è una frattura. È un mondo che si divide in due: chi vive dentro i limiti del corpo e del salario, e chi vive sopra ogni limite, come se il pianeta fosse un bancomat senza fondo. 

A quel punto la verità diventa quasi brutale nella sua semplicità: il capitale non è solo contro l’uguaglianza, è contro la vita.

Perché l’accumulo non resta fermo in cassaforte. L’accumulo deve crescere, deve espandersi, deve divorare. E quando una minoranza possiede una quota enorme di ricchezza, quella minoranza non “consuma” soltanto: decide cosa produrre, dove investire, quali governi influenzare, quali regole piegare, quali guerre rendere possibili.

Il punto è proprio questo: l’1% non inquina solo con i jet privati e i superyacht. L’1% inquina perché possiede le leve del mondo. Possiede filiere, fondi, energia, logistica, estrazioni, industrie, “piani di sviluppo” che sono spesso piani di saccheggio. Possiede anche la narrazione. E quando possiedi la narrazione, riesci a far sembrare “naturale” perfino ciò che è criminale.

È qui che le disuguaglianze economiche si incastrano con quelle ambientali come due lame della stessa forbice. Il risultato lo vediamo già adesso: i danni sono collettivi, i profitti sono privati. Sempre.

Le stime collegate a queste analisi parlano di perdite gigantesche per i paesi più vulnerabili, fino a decine di trilioni di dollari entro metà secolo. Ma a me colpisce soprattutto una cosa: questa non è una tragedia “futura”, è una tassa sul presente. La crisi climatica è già una riduzione del reddito, una caduta del potere d’acquisto, un peggioramento della salute, una precarietà della vita. 

E quando la vita diventa più fragile, chi paga di più? Sempre gli ultimi.

Io vedo una continuità spaventosa tra tutto questo e il mondo che ci stanno consegnando sul piano geopolitico.

Le guerre non sono mai state soltanto “ideali”, “valori”, “esportazioni di democrazia”. Dentro le guerre, sempre, c’è la lotta per le risorse, per le rotte, per l’energia, per la rendita. È la stessa fame che divora la terra a divorare anche i popoli.

E infatti oggi mi sembra sempre più chiaro che la crisi climatica, il riarmo, la destabilizzazione, il furto di risorse, non sono deviazioni dal sistema: sono la sua forma finale. La sua modalità terminale. Quando un modello economico non sa più generare benessere diffuso, comincia a generare paura, conflitto, militarizzazione. E intanto continua a far crescere i dividendi di pochi.

Per questo non mi basta più sentire discorsi “verdi” che non toccano i rapporti di potere. Non mi basta la transizione raccontata come un prodotto da vendere. Perché se non tocchi l’accumulo, se non tocchi l’1%, stai solo spostando la scenografia mentre la sostanza resta intatta.

E qui arriva un nodo che considero decisivo: il diritto internazionale.

Per anni ci hanno trattato come ingenui, quando parlavamo di ONU, di tribunali internazionali, di legalità globale. Ci hanno detto che era fumo, che il mondo vero è “realista”, che contano solo i rapporti di forza. Ma oggi proprio la brutalità del potere occidentale, la sua nudità, la sua arroganza, sta facendo cadere i veli e ci costringe a una scelta: o accettiamo la legge del più forte, o rimettiamo al centro la legge dei popoli.

In questo senso, la svolta arrivata dalla Corte Internazionale di Giustizia il 23 luglio 2025 è un fatto enorme: la Corte ha collegato gli obblighi climatici alla tutela dei diritti fondamentali e ha rafforzato l’idea che non agire non è solo un “errore”, può essere una violazione del diritto internazionale. 

E non è un dettaglio tecnico. È un cambio di paradigma. Perché significa una cosa semplice: il clima non è un’opinione. Il clima è un dovere.

Lo stesso vale per la giustizia internazionale quando finalmente prova, almeno in parte, a non essere un tribunale dei vinti: i mandati di cattura emessi dalla Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Gallant nel novembre 2024, per crimini legati alla guerra di Gaza, hanno rappresentato un momento di rottura simbolica. Non perfetto, non risolutivo, ma comunque un segnale: esiste un limite, almeno sulla carta. 

E qui torna il punto politico che mi ossessiona: quando il potere si sente intoccabile, diventa illimitato. Quando diventa illimitato, divora tutto. Divora il diritto, divora la democrazia, divora la verità, divora la vita.

Per questo io non penso che “solo il diritto” possa salvare il pianeta come se fosse un automatismo. Il diritto da solo non basta, se resta un foglio. Ma penso una cosa molto concreta: il diritto, senza popolo, è carta. Il popolo, senza diritto, è carne da macello.

Le conquiste civili non sono mai piovute dall’alto. Sono sempre nate dalla mobilitazione. E quindi la strada, se vogliamo dirla senza illusioni, è questa: rimettere insieme la giustizia sociale e la giustizia ambientale, e farle diventare una forza politica reale.

Non mi interessa più la favola secondo cui “siamo tutti responsabili allo stesso modo”. Io vedo una responsabilità concentrata, quasi aristocratica, quasi feudale. Un’elite che consuma e comanda, e una moltitudine che paga e subisce.

E allora la domanda non è più: “che cosa possiamo fare noi, come individui?”. La domanda vera è: che cosa dobbiamo imporre come società, come popolo, come democrazia?

Io una risposta me la sono fatta, netta:

I) colpire la ricchezza inquinante, non con simboli ma con misure reali e progressive

II) togliere impunità politica e fiscale alle grandi rendite, soprattutto fossili e finanziarie

III) fermare la militarizzazione come modello di sviluppo e come economia di emergenza permanente

IV) ricostruire servizi pubblici, trasporti, sanità climatica, protezione sociale, perché è lì che si difende la vita quotidiana

V) difendere lo Stato di diritto e l’indipendenza della giustizia, perché senza argini il potere diventa predazione

Non sto parlando di utopie. Sto parlando di sopravvivenza.

Perché oggi il capitale non si limita più a sfruttare l’uomo: sta rendendo invivibile il mondo. È un sistema che non redistribuisce, non ripara, non cura. Accumula e brucia. E quando brucia, presenta il conto ai poveri, ai lavoratori, ai territori fragili, ai popoli del Sud globale, a chi ha meno strumenti per difendersi.

Ecco perché io non riesco più a guardare la crisi climatica come una questione “verde”. Per me è una questione rossa. Di classe. Di potere. Di vita.

E se non lo capiamo adesso, se continuiamo a farci ipnotizzare dalle parole senza sostanza, allora sì: il futuro non sarà condiviso. Sarà recintato. Sarà privato. Sarà armato.

Io invece voglio un futuro umano. E un futuro umano non può essere costruito sull’1% che divora tutto.

Fonti essenziali

Oxfam, disuguaglianze ed emissioni dell’1% (“Pollutocrat Day”). 

Corte Internazionale di Giustizia, opinione consultiva su obblighi degli Stati rispetto al clima (23 luglio 2025). 

ICC, mandati di cattura (Netanyahu, Gallant) e sviluppi successivi. 

Fabio Marcelli, riflessione su diritto internazionale, guerra e sopravvivenza del pianeta (23 dicembre 2025).