Minneapolis ci sembra lontana. Ma io non riesco più a trattarla come una notizia “americana”, come una parentesi violenta dentro un Paese già abituato agli eccessi. Perché dentro quei fatti vedo uno specchio. E lo specchio, quando si incrina, non riflette solo gli Stati Uniti: riflette anche noi. Riflette l’Europa che scivola. Riflette l’Italia che rischia di copiare il peggio proprio mentre si racconta che sta “modernizzando” la democrazia.
Quello che vedo, con una chiarezza che fa male, è una traiettoria precisa: il potere politico che pretende una magistratura docile, un diritto piegato come metallo caldo, e una società che si abitua lentamente al buio. Non succede in un giorno. Non arriva con i carri armati. Arriva a piccoli passi. Un abuso che passa. Un sopruso che diventa “normale”. Una garanzia che si “semplifica”. E quando te ne accorgi, spesso è già tardi.
MINNEAPOLIS: QUANDO LA LEGGE DIVENTA UN CAPPUCCIO
La storia di Renee Nicole Good, 37 anni, madre di tre figli, uccisa a Minneapolis durante un’operazione dell’ICE, è il volto più nitido di quella zona grigia in cui il confine tra diritto e arbitrio scompare.
Non un conflitto a fuoco. Non una sparatoria nel caos. Ma una dinamica raccontata come esecuzione, con colpi esplosi a breve distanza, con la sensazione netta che la forza non sia stata l’ultima risorsa, ma la prima lingua parlata. E già questo dovrebbe bastare: una democrazia che tollera la forza come scorciatoia, prima o poi se la ritrova come sistema.
Ma c’è un dettaglio ancora più importante. Dopo la violenza arriva la narrazione. L’amministrazione parla, giustifica, incornicia, sposta l’attenzione. È sempre così: il potere non si limita a colpire, pretende anche di raccontare perché era “necessario”. E intanto perfino una decisione giudiziaria in Minnesota è intervenuta per imporre limiti ai metodi delle forze federali verso manifestanti e osservatori, segnalando che il confine tra ordine pubblico e abuso stava diventando una terra di nessuno.
Qui sta la crepa: quando un apparato armato risponde solo al centro del potere e può agire come se fosse una milizia, la legge smette di essere una casa comune e diventa un’arma selettiva. Il cappuccio non è solo quello sugli agenti: è quello calato sul principio di responsabilità. È l’anonimato morale dello Stato.
IL MESSAGGIO DEL POTERE: GARANZIE AI CARNEFICI, NUDITÀ PER LE VITTIME
Un altro caso aggiunge un tassello che non lascia scampo: Geraldo Lunas Campos, detenuto cubano, muore in custodia e l’autopsia preliminare parla di asfissia dovuta a compressione del torace e del collo, quindi di una dinamica compatibile con un soffocamento fisico. La versione ufficiale prova a spostare tutto su un gesto suicidario, ma testimonianze e primi riscontri aprono uno squarcio netto.
Qui bisogna essere duri e lucidi. Non si tratta di simpatia. Non si tratta di precedenti. Queste sono scuse comode, e infatti sono sempre pronte. Si tratta di un principio: lo Stato può trattenere un essere umano, non può umiliarlo, torturarlo, spegnerlo. Se accettiamo che la dignità sia condizionata dalla biografia del singolo, abbiamo già buttato via la civiltà giuridica e stiamo solo scegliendo chi sacrificare per primi.
Dentro questa logica, i numeri diventano benzina: decine di migliaia di persone rinchiuse, molte senza precedenti penali, un aumento delle morti nei centri di detenzione. La disumanizzazione non è un incidente. È una tecnica. E quando la tecnica funziona, viene replicata. Quando viene replicata, diventa sistema. Quando diventa sistema, diventa cultura. E allora la democrazia, lentamente, smette di vergognarsi.
ALLIGATOR ALCATRAZ: LA CRUDELTÀ COME LINGUAGGIO DI GOVERNO
C’è poi un elemento che io considero decisivo, perché riguarda il futuro possibile: la normalizzazione del trattamento degradante come strumento di governo.
Amnesty International denuncia trattamenti crudeli, inumani e degradanti in strutture di detenzione in Florida, inclusi luoghi diventati simbolo di una barbarie amministrativa che si fa prassi. Non è “polemica”. È documentazione. È materia. È corpo. È prova.
Ed è qui che io vedo la mutazione più pericolosa dell’Occidente: non si limita a gestire la paura, la produce. La coltiva. La trasforma in consenso. La crudeltà diventa messaggio, e il messaggio diventa metodo.
Quando lo Stato usa l’umiliazione come deterrente, sta dicendo una cosa molto semplice: “posso farlo”. E quando lo può fare su alcuni, domani lo potrà fare su altri. È solo una questione di tempo e di bersagli.
SCHMITT E MONTESQUIEU: QUANDO I FRENI SALTANO, IL POTERE NON SI FERMA
Questo passaggio si capisce con due idee che oggi tornano come lame.
Carl Schmitt ci mette davanti allo stato d’eccezione: il momento in cui il sovrano decide fuori dalla regola, sospendendo la regola in nome della necessità.
Montesquieu ci ricorda invece la condizione minima della libertà politica: la democrazia esiste solo se il potere arresta il potere.
Minneapolis è precisamente questo: l’eccezione che si finge normalità. La forza che si presenta come tutela mentre esercita arbitrio. E quando l’arbitrio si installa, non si accontenta mai. Chiede protezione legale. Chiede ampliamento. Chiede impunità.
Le “città santuario” non sono una curiosità americana. Sono un laboratorio. Se “proteggere” significa sospendere diritti, allora la regola è già stata piegata. E quando la regola si piega, il potere prende gusto: capisce che può farlo ancora, e meglio.
L’ITALIA E IL REFERENDUM: IL COLPO NON È TECNICO, È STRUTTURALE
Ed eccoci a noi. Al referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma costituzionale della giustizia, spesso ridotta alla formula innocua della “separazione delle carriere”.
Io qui voglio essere chiaro: non è un ritocco tecnico. È un intervento sui pilastri. Quando tocchi l’architettura dei poteri, non stai spostando un mobile: stai cambiando il modo in cui una democrazia riesce a non diventare proprietà privata del governo di turno.
La riforma introduce una separazione di percorso tra magistratura requirente e giudicante e un riassetto dell’autogoverno, con organi distinti e nuovi meccanismi disciplinari. Tradotto: cambia il rapporto tra politica e giustizia. Cambia la resistenza del sistema alle pressioni. Cambia la possibilità che un pubblico ministero resti libero di guardare dove deve guardare.
E qui torna la lezione più dura: quando il pubblico ministero viene isolato e reso più esposto al clima politico del tempo, aumenta la probabilità, prima politica che giuridica, di una giustizia usata come leva.
Oggi ti accendo un processo.
Domani te lo spengo.
Oggi ti costruisco un nemico.
Domani proteggo un amico.
Non è modernizzazione. È governo del conflitto attraverso la giustizia.
LE FIRME: QUANDO IL POPOLO PARLA E IL PALAZZO FA FINTA DI NON SENTIRE
E poi c’è un fatto che per me pesa come un macigno, perché dice tutto del clima.
Mentre la consultazione viene fissata con una rapidità quasi ossessiva, la mobilitazione popolare che chiede di essere ascoltata viene trattata come rumore di fondo. Ma non lo è. È un fatto politico enorme.
La raccolta firme promossa dalla società civile ha superato la soglia richiesta, ed è andata ben oltre: in queste ore, secondo i promotori, si è superata anche quota 540.000 sottoscrizioni. Un segnale netto, un corpo vivo di cittadinanza che chiede tempo, informazione, dibattito. E che rifiuta la scorciatoia della velocità imposta dall’alto.
Eppure quelle firme sono state disattese, non considerate, tenute ai margini del racconto pubblico, quasi censurate nel loro significato reale. Come se la partecipazione fosse una formalità fastidiosa e non la sostanza stessa della Costituzione.
Questo è il nodo: quando un governo impone una data senza rispettare fino in fondo il percorso democratico e la pressione civile in campo, non sta “organizzando”. Sta scegliendo il terreno di gioco. Sta riducendo il tempo democratico, che è l’unico tempo in cui le persone possono capire, discutere e decidere.
Per questo, oggi, lo slittamento della consultazione non è affatto un’ipotesi campata in aria. La questione delle firme, dei ricorsi e della corretta scansione dei tempi costituzionali è un punto politico e giuridico aperto. La data del 22-23 marzo è stata fissata, ma la pressione civile e i percorsi di contestazione potrebbero far convergere il voto su un’altra finestra, magari agganciandolo ad altre consultazioni, nel momento in cui si riconosca una cosa semplice: non si può schiacciare tutto con la logica del “prima possibile” quando in gioco c’è l’equilibrio dei poteri.
Questa non è burocrazia. È democrazia. È il diritto dei cittadini a non essere spettatori.
IL FALSO GARANTISMO: LA PAROLA PIÙ USATA PER SMONTARE I DIRITTI
E qui arriviamo al punto più subdolo, quello che in Italia produce danni da decenni perché si traveste da virtù.
Il falso garantismo non nasce per proteggere l’imputato o rendere più giusto il processo. Nasce per ridurre la magistratura a una funzione gestibile, prevedibile, addomesticabile, soprattutto quando la politica teme di essere guardata troppo da vicino.
Funziona così:
I) si prende un problema reale (lentezza, arretrati, carichi enormi, disfunzioni)
II) lo si attribuisce a un bersaglio conveniente (l’autonomia della magistratura, la caricatura delle “toghe politicizzate”)
III) si propone come cura ciò che, in realtà, è un trasferimento di potere verso l’alto
Il trucco riesce perché sfrutta la fatica delle persone. E la fatica, quando è vera, può essere manipolata con facilità. Ma una cosa è riformare per migliorare. Un’altra cosa è riformare per controllare.
Quando la parola “garanzie” viene usata per ridurre i controlli sul potere, non stai difendendo i cittadini. Stai difendendo chi comanda. E quando questo diventa normalità, la democrazia non perde solo qualità: perde natura.
PERCHÉ OGGI È DIVERSO DAL 1988: TRE CHIODI NEL MURO DELLA STORIA
C’è chi dice: “se ne parlava anche negli anni Ottanta”. Sì. Ma il contesto è tutto, e chi finge di non capirlo sta facendo propaganda, non analisi.
I) 1988, codice Vassalli
Il modello accusatorio viene introdotto in una stagione che prova a razionalizzare e garantire. Ma quel contesto politico non aveva ancora normalizzato l’attacco sistematico ai contrappesi come metodo di governo.
II) Anni Novanta, Mani Pulite e guerra contro la magistratura
Da quel momento una parte del potere capisce che la vera posta in gioco non è “la giustizia efficiente”, ma la giustizia controllabile.
III) Ventennio berlusconiano, delegittimazione e difesa dei vertici
Leggi difensive, immunità, campagne contro i giudici: si consolida una grammatica politica che tratta la magistratura come ostacolo, non come garanzia.
Ecco perché l’Italia del 1988 non è l’Italia del 2026. Oggi cresce una cultura politica che considera i contrappesi un intralcio e la forza un’ideologia. E quando la forza diventa ideologia, la libertà diventa concessione.
CHIUDIAMOLA QUI, SENZA IPOCRISIE
Io non mi faccio illusioni: questa è una partita di potere. E come tutte le partite di potere, viene giocata sul linguaggio prima ancora che sulle norme.
Prima ti dicono che è “solo una riforma tecnica”.
Poi ti dicono che chi critica è “ideologico”.
Poi ti dicono che la magistratura deve “stare al suo posto”.
Infine, quando il potere non trova più limiti, scopri che il tuo posto è diventato più piccolo.
Ecco perché Minneapolis parla di noi. Perché ci sta mostrando la scena finale di un film che molti, qui, stanno già provando a girare con attori diversi e la stessa sceneggiatura: un potere che pretende di non essere controllato.
Io non voglio uno Stato in cui il diritto diventa un cappuccio.
Non voglio uno Stato in cui l’eccezione diventa metodo.
Non voglio uno Stato in cui la giustizia viene addomesticata “per efficienza”.
Non voglio una democrazia che sopravvive solo come parola, mentre nella sostanza si trasforma in obbedienza.
La democrazia non muore quando arrivano i mostri. Muore quando le persone smettono di chiamarli per nome. Muore quando ci convincono che “è normale”. Muore quando accettiamo l’idea che i diritti siano un lusso e i contrappesi un fastidio.
E se c’è una cosa che oggi dobbiamo rifiutare, con fermezza, è proprio questa: l’idea che la libertà sia compatibile con il buio.
FONTI ESSENZIALI (PER APPROFONDIRE)
I) Reuters, “Italy to hold referendum on judicial reform on March 22-23” (12 gennaio 2026)
II) Pagella Politica, approfondimento su possibili slittamenti della consultazione (gennaio 2026)
III) Il Post, analisi su raccolta firme, ricorsi e data del voto (15 gennaio 2026)
IV) RaiNews, aggiornamenti su firme e ricorsi legati alla consultazione (15 gennaio 2026)
V) Sky TG24, aggiornamenti su firme e confronto politico sulla riforma (15 gennaio 2026)
VI) il manifesto, ricostruzione del quadro politico e dei comitati in campo (gennaio 2026)
VII) Il Fatto Quotidiano, analisi su firme e tempistiche della consultazione (gennaio 2026)
VIII) Amnesty International, rapporti e denunce su trattamenti inumani nelle strutture di detenzione in Florida
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