Quando guardo al referendum sulla separazione delle carriere non riesco a considerarlo un incidente tecnico dell’ordinamento. Lo vedo come un passaggio di fase in un progetto politico molto più ampio, che tiene insieme tre piani: il modo in cui si scrivono le leggi penali, il modo in cui si riscrive la Costituzione, il modo in cui si governa la paura.
Dentro questo quadro, la raccolta firme per il referendum non è un dettaglio procedurale. Oggi le sottoscrizioni hanno superato quota 425.000, circa l’85% dell’obiettivo delle 500.000 firme necessarie: un risultato raggiunto in un contesto di oscuramento mediatico, che dice chiaramente che nel Paese reale qualcosa si muove.
Nel frattempo il governo ha forzato la mano: il Consiglio dei ministri ha fissato la data del voto per il 22 e 23 marzo 2026, e il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto di indizione, nonostante la fase di raccolta firme fosse ancora in corso. Contro questa scelta, il comitato referendario ha già presentato ricorsi al TAR del Lazio, denunciando la compressione dei tempi di partecipazione dei cittadini e la lesione del diritto a una campagna informata.
Per capire davvero che cosa c’è in gioco, però, bisogna guardare a chi questa riforma la vuole e al tipo di Stato che ha in mente.
Un governo di destra-destra, reazionario e rancoroso verso la Costituzione
Non siamo di fronte a un governo “conservatore” nel senso classico del termine. Questa è una destra-destra che, sul terreno costituzionale, non vuole conservare, ma smontare. Nella nostra Carta, nelle sue radici antifasciste, non vede una casa comune, ma un ostacolo.
I principi che le danno più fastidio sono sempre gli stessi:
I) la centralità del lavoro e dei diritti sociali
II) l’eguaglianza sostanziale, non solo formale
III) il pluralismo politico e sindacale
IV) l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo
Per decenni, dopo la caduta del fascismo, quella cultura è stata costretta a vivere ai margini, a cercare una legittimazione dentro un sistema costruito per impedire il ritorno dei fantasmi del Ventennio. Oggi, con i figli e i nipoti di quel mondo al governo, il rancore istituzionale viene a galla: finalmente possono mettere mano agli argini che li hanno contenuti per settant’anni.
Premierato, autonomia differenziata, separazione delle carriere, Alta Corte disciplinare per i magistrati: sono pezzi di un unico mosaico. Una Costituzione nata per limitare il potere viene piegata per concentrare il potere. Una Repubblica antifascista viene “ri-interpretata” per renderla compatibile con un esecutivo forte, poco controllabile, con un’opposizione debole e una magistratura intimidita.
Il Piano di rinascita democratica: il “manuale” di riferimento
Se cerco un documento che anticipa in modo impressionante la direzione di marcia di questa destra, lo trovo fuori dal perimetro della Costituzione e dentro un testo che con la democrazia ha avuto rapporti tutt’altro che limpidi: il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli e della loggia P2.
Lì dentro c’è già quasi tutto:
I) controllo dei media e concentrazione proprietaria
II) riduzione del ruolo dei sindacati
III) rafforzamento dell’esecutivo e indebolimento del Parlamento
IV) attacco all’autonomia della magistratura, in particolare dei pubblici ministeri
V) riscrittura del CSM e della responsabilità disciplinare dei giudici
Quel progetto non era una stramberia marginale, ma il cuore di un disegno eversivo che si è intrecciato con le trame nere, i servizi deviati e la strategia della tensione. Le indagini e le sentenze sulla strage del 2 agosto 1980 a Bologna – 85 morti, oltre 200 feriti – hanno mostrato il ruolo di Gelli come snodo tra loggia segreta, terrorismo neofascista e apparati infedeli dello Stato, compresi i flussi di denaro che finanziavano gruppi dell’estrema destra e coprivano depistaggi sistematici.
Non è un dettaglio che Silvio Berlusconi, fondatore del principale partito della destra italiana degli ultimi trent’anni, fosse iscritto alla P2 con la tessera 1816, né che Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia e figura chiave del suo radicamento politico-mediatico, sia stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.
Questi elementi dicono con chiarezza da dove viene una parte importante dell’immaginario della destra italiana sul rapporto tra potere, informazione e giustizia. Oggi, mentre si riscrive la Costituzione e si interviene sull’ordinamento giudiziario, quel Piano resta l’unico schema organico di “normalizzazione” autoritaria del sistema che questa destra ha a disposizione: una destra povera di visione sociale, ma ricca di rancore verso l’architettura antifascista nata dalla Resistenza.
Dal dopoguerra ai sindacalisti uccisi: quando la giustizia difendeva i forti
Per capire perché questa riforma arriva proprio adesso, bisogna tornare alla lunga storia dell’impunità italiana.
Già nell’Ottocento, gli scandali delle Ferrovie, del Monopolio dei tabacchi e della Banca Romana mostrano un copione che si ripeterà spesso: uomini di governo coinvolti in imbrogli colossali, accertamenti che emergono e poi si spengono, pochissime condanne. Il capo del governo Francesco Crispi incassa somme rilevanti e resta politicamente in piedi. Il messaggio è chiaro: i vertici dello Stato non si toccano.
Nel Mezzogiorno e in particolare in Sicilia, la storia è ancora più brutale. Migliaia di morti di mafia, pochissimi ergastoli. Dopo la guerra, la logica dell’anticomunismo di sistema – la scelta strategica di tenere fuori dal governo le forze di sinistra – si traduce anche in un uso selettivo della giustizia.
Sindacalisti e dirigenti contadini vengono uccisi uno dopo l’altro: Placido Rizzotto nel 1948, Epifanio Li Puma, Salvatore Carnevale, Turiddu Cocco e tanti altri. Sono militanti che guidano le lotte per la terra e i diritti dei braccianti. I loro assassini restano quasi sempre impuniti, grazie a complicità, connivenze e indagini pilotate.
Pio La Torre, che quelle lotte le ha incarnate fino in fondo, conosce il carcere per un’occupazione di terre e non viene neppure autorizzato ad assistere alla nascita del figlio. La legge funziona come una lama a senso unico: taglia verso il basso, protegge verso l’alto.
La frattura degli anni Settanta e la nascita di una magistratura “non di famiglia”
A un certo punto, però, qualcosa si incrina. Tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta entra in magistratura una generazione diversa, cresciuta nel clima del ’68, meno organica alle élite tradizionali. Nasce la stagione dei “pretori d’assalto”: magistrati che iniziano a usare il diritto del lavoro e il diritto penale del rischio per difendere lavoratori, salute, ambiente, anziché considerare l’imprenditore portatore automatico di ragione.
Nel 1976 cambia il sistema di elezione del CSM: dal maggioritario, che consegnava tutti i seggi a una sola corrente, si passa alla proporzionale, che permette a orientamenti meno accomodanti verso la politica di entrare nell’autogoverno delle toghe. È una crepa importante nel vecchio schema dei “giudici di famiglia, per le famiglie che contano”.
Poi arriva il 1989, il crollo del Muro, la fine del blocco bipolare. Cade la scusa della “ragion di Stato” permanente, che serviva a coprire corruzione e collusioni con le mafie in nome degli equilibri internazionali.
In questo contesto esplode Mani Pulite. Tra il 1992 e il 1993 la procura di Milano scoperchia il sistema delle tangenti che reggeva la Prima Repubblica; in Sicilia, Calabria, Campania e altrove una nuova generazione di magistrati porta a processo boss, politici, imprenditori. Nel giro di pochi anni, mai nella storia italiana tanti ministri, parlamentari, manager pubblici e grandi imprenditori erano finiti sotto inchiesta e condannati, compresi due presidenti del Consiglio.
Questa stagione viene pagata a caro prezzo: dagli anni Settanta in poi una trentina di magistrati vengono uccisi da mafie e terrorismo. Ma succede anche un’altra cosa: una parte significativa dell’opinione pubblica comincia a percepire la magistratura non solo come una casta chiusa, ma anche come un possibile argine all’arbitrio dei poteri forti.
È esattamente questa rottura storica – la fine dell’impunità garantita per definizione ai “signori sopra la legge” – che oggi viene messa nel mirino.
Il diritto penale dell’insicurezza: governare attraverso la paura
Dentro il progetto di questa destra il diritto penale è una leva centrale. Lo schema è ormai chiaro.
C’è un diritto penale del nemico:
I) che colpisce migranti, poveri, senza casa, minori in difficoltà
II) che criminalizza forme di protesta e conflitto sociale (blocchi stradali, picchetti, occupazioni, azioni simboliche degli attivisti climatici)
III) che trasforma la devianza sociale in questione di ordine pubblico
E c’è un diritto penale dell’amico:
I) che depenalizza o alleggerisce i reati dei colletti bianchi
II) che moltiplica le garanzie processuali utilizzabili solo da chi può permettersi grandi studi legali
III) che rafforza le tutele per le forze di polizia anche quando emergono abusi, alimentando l’idea di uno Stato che non deve rendere conto a nessuno
Il tutto innaffiato da un uso compulsivo della decretazione d’urgenza. Il “decreto anti-rave” ha inaugurato questa stagione, trasformando un raduno non autorizzato in un quasi-crimine di massa con pene sproporzionate; altri decreti hanno via via inasprito le pene per blocchi stradali, imbrattamenti, reati di strada, minori “problematici”, fino a delineare quello che diversi giuristi hanno definito un vero e proprio “diritto penale della destra”, ossia un diritto penale dell’insicurezza giuridica e sociale.
Il risultato non è un sistema razionale, ma una giungla normativa in cui:
I) nessuno sa più con certezza dove finisce la protesta legittima e dove inizia il reato
II) il disagio sociale viene trattato quasi esclusivamente come problema di ordine pubblico
III) la cronaca nera diventa sceneggiatura politica per nuovi decreti simbolici
Non è un effetto collaterale. È il cuore del metodo: in un contesto confuso, chi ha potere interpretativo (polizia, procure, giudici “allineati”) acquista più forza, mentre chi protesta o vive ai margini è sempre esposto al rischio di cadere sotto le maglie di una legge elastica.
Perché questo governo ha bisogno di controllare i pubblici ministeri
Dentro questo quadro, la riforma sulla separazione delle carriere non è un vezzo da giuristi. È il tassello necessario per rendere stabile un diritto penale così sbilanciato.
Se vuoi governare attraverso decreti repressivi e reati “elastici”, hai due esigenze molto concrete:
I) forze di polizia molto protette e poco controllate
II) una magistratura che non ti ostacoli quando scegli chi colpire e chi lasciare in pace
Oggi il pubblico ministero fa parte dell’ordine giudiziario ma, almeno sulla carta, gode delle stesse garanzie del giudice. Questo lo rende più libero di indagare, anche controvento, anche quando l’inchiesta tocca i piani alti. È proprio questa autonomia che disturba una destra reazionaria, convinta che lo Stato sia cosa “sua” quando vince le elezioni.
Separare le carriere, creare un CSM ad hoc per i PM, istituire un’Alta Corte disciplinare esterna significa spezzare quel legame. Significa isolare il pubblico ministero, renderlo più esposto a pressioni, ricatti, carriere bloccate. In prospettiva, significa avvicinarlo all’orbita dell’esecutivo, soprattutto se la riforma verrà poi completata con ulteriori interventi sull’obbligatorietà dell’azione penale e sulla responsabilità disciplinare.
È il vecchio sogno della destra autoritaria: avere una polizia forte e una magistratura docile.
Le parole di Nordio come messaggio trasversale all’opposizione
Dentro questo contesto, le uscite del ministro Nordio non sono scivoloni, ma messaggi in chiaro.
Quando afferma che anche i partiti di opposizione dovrebbero sostenere la separazione delle carriere perché, quando torneranno al governo, se ne avvantaggeranno – “non avranno più il fiato sul collo dei pubblici ministeri” – non sta sbagliando lessico. Sta dicendo la verità su come concepisce la giustizia: uno strumento nelle mani di chi governa, non un potere autonomo al servizio della legalità costituzionale.
Quella frase è un invito e una tentazione, soprattutto verso i settori dell’opposizione più sensibili al richiamo della “governabilità” e meno disposti a disturbare gli assetti economici e mediatici esistenti. È un modo per dire al Partito democratico e ad altri: non fate i puri, anche voi avete avuto problemi con le procure, anche voi, domani, potreste preferire un pubblico ministero meno libero e più gestibile.
Qui sta la subdola modernità di questo progetto: non è una riforma pensata solo “per la destra”. È una riforma costruita per piacere a chiunque stia al governo, oggi o domani. È un sistema trasversale in potenza, pensato per neutralizzare la magistratura quando diventa davvero scomoda, indipendentemente dal colore politico di Palazzo Chigi.
Il richiamo al Piano Gelli e la povertà di progetto sociale
Quando lo stesso ministro della Giustizia arriva a dire che non c’è nulla di male se una certa idea di riforma della magistratura era presente anche nel Piano di Licio Gelli, perché “anche lui diceva cose giuste”, non sta facendo un paradosso da salotto. Sta legittimando come riferimento ammissibile una matrice dichiaratamente eversiva, che voleva piegare la Costituzione antifascista alle esigenze di un blocco di potere economico, militare, mediatico.
Per me, questa destra ha un problema di fondo: non ha un progetto di trasformazione sociale, ha solo un progetto di potere. Non sa come ridurre le disuguaglianze, come affrontare il lavoro povero, come ricostruire sanità e scuola pubblica, come governare seriamente la transizione ecologica. Sa però benissimo come rafforzare l’esecutivo e come indebolire i contropoteri.
Nel vuoto di idee, resta solo il rancore istituzionale: la voglia di “regolare i conti” con quella Costituzione che li ha emarginati per decenni, con quella magistratura che negli anni Novanta ha osato mettere sotto processo la politica, con quei pezzi di società che rivendicano ancora diritti e conflitto.
Il referendum e la raccolta firme: antifascismo costituzionale oggi
Dentro questo scenario, la raccolta firme per il referendum assume un valore che va oltre la procedura. È una forma di antifascismo costituzionale nel presente.
A fronte di un governo che ha fissato in modo accelerato la data del voto per il 22-23 marzo 2026 e di media che dedicano al tema spazio e tempo ridotti, il fatto che oltre 425.000 persone abbiano già firmato – online e nei banchetti – è una risposta concreta. Non è retorica, è un gesto che lascia traccia.
La pagina ufficiale per sottoscrivere e informarsi è questa:
Ogni firma è un “no” preventivo all’idea che la Costituzione sia materia per iniziati, da regolare tra giuristi e maggioranze variabili. È un modo per dire che i principi antifascisti, l’equilibrio tra poteri, l’indipendenza della magistratura non sono archeologia, ma pezzi di vita quotidiana: riguardano il diritto a protestare senza essere trattati da criminali, il diritto ad avere inchieste serie sulla corruzione, il diritto a non vedere trasformata la sicurezza in un manganello politico.
Paura o diritti: la scelta vera dietro la scheda
Alla fine tutto si riduce a una domanda secca: vogliamo vivere in un Paese in cui la paura è il vero programma di governo e il diritto penale è la sua lingua ufficiale, mentre la Costituzione viene riscritta per rendere più comodo il potere di chi vince le elezioni?
Oppure vogliamo difendere un modello in cui la sicurezza non viene costruita contro qualcuno, ma con più diritti, più giustizia sociale, più uguaglianza, e in cui chi governa sa che, se sbaglia o abusa, può trovarsi un pubblico ministero libero di indagare e un giudice libero di giudicare?
Il referendum sulla separazione delle carriere non basta a fermare tutto il disegno reazionario di questa destra, ma apre una breccia. Trasforma una riforma scritta per pochi in una scelta affidata a molti.
Dire no a questa riforma, per me, significa dire no a un’Italia in cui i “signori sopra la legge” tornano a sentirsi intoccabili e in cui i deboli tornano a essere solo materiale da codice penale. Significa scegliere, ancora una volta, da che parte stare: dalla parte di una Costituzione antifascista viva, o dalla parte di chi la considera un ostacolo da aggirare e, pezzo dopo pezzo, da smantellare.
Fonti essenziali (selezione)
I) Nello Rossi, “La destra e il diritto penale dell’insicurezza”, Volere la Luna / Questione Giustizia.
II) Documenti e relazioni sul Piano di rinascita democratica della P2 (Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2).
III) Ricostruzioni storiche su Placido Rizzotto, gli altri sindacalisti uccisi in Sicilia e l’impunità dei mandanti mafiosi.
IV) Approfondimenti su Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816) e sulla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.
V) Atti parlamentari e dichiarazioni del ministro Nordio sulla separazione delle carriere e sul “fiato sul collo” dei pubblici ministeri.
VI) Testi e cronache sulla riforma costituzionale Meloni–Nordio (separazione delle carriere, doppio CSM, Alta Corte disciplinare) e sul decreto di indizione del referendum del 22-23 marzo 2026, con i ricorsi del comitato referendario al TAR Lazio.
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