Ogni tanto mi prendo un momento per guardare cosa sta diventando la conversazione pubblica. Non per il gusto di lamentarmi, ma per capire dove si spezza il filo, e perché. In questi giorni mi sono rimaste addosso due scene che sembrano diverse, ma in realtà raccontano lo stesso tempo. Due post, due stili diversi, la stessa radiografia.
Il primo è di Gianni Cuperlo: un testo ironico e ragionato in cui racconta la vita di una pagina social, il miscuglio di consenso, critica legittima e astio che scivola nell’insulto. Il secondo è di Andrea Zhok: una riflessione tagliente su quelli che invocano rivoluzioni lontane con entusiasmo leggero, senza conoscere davvero contesti e conseguenze. In mezzo, come un filo nero che unisce tutto, c’è il nostro presente: una politica che sempre più spesso diventa un riflesso, non un pensiero.
Da una parte, un politico che prova a discutere con ironia e stile e si ritrova investito da commenti che non contestano un’idea: contestano una persona. “Pagliaccio”, “nullità”, “chi sei?”, “rosicante”. Dall’altra, la folla digitale che invoca “la rivoluzione” in Iran o altrove con una sicurezza morale che non si sporca mai le mani con la fatica di capire davvero cosa sta dicendo. Due scene, un solo problema: la politica trattata come tifo. E il tifo, per definizione, non vuole comprendere. Vuole vincere, umiliare, schiacciare, sentirsi dalla parte giusta.
L’insulto come scorciatoia
La prima cosa che mi colpisce, quando vedo certi commenti, è l’economia di pensiero che contengono. L’insulto non è un’argomentazione: è un modo rapido per evitare l’argomentazione.
È un interruttore che spegne la discussione prima ancora che cominci. Non mi interessa nemmeno chiedermi se chi insulta sia “cattivo” o “frustrato”: mi interessa il meccanismo. Perché quel meccanismo oggi è diventato la norma.
Sui social l’offesa è funzionale. È breve, tagliente, attiva reazioni, trascina altri a fare lo stesso. È perfetta per un ambiente che premia l’urto, non la complessità. E, soprattutto, è comoda: ti dà l’ebbrezza di un colpo andato a segno senza costringerti a confrontarti con il merito.
Cuperlo lo mostra con una chiarezza quasi didattica quando distingue fra chi critica nel merito e chi si limita a irridere e avvelenare. Qui bisogna essere netti: c’è la critica dura, anche severa, che può essere sgradevole ma resta sul piano politico. E poi c’è la derisione personale, lo sputo, l’irrisione. Con la prima puoi discutere. Con la seconda no.
Con la seconda puoi solo decidere se lasciare che quel fango si espanda o se proteggere lo spazio minimo in cui la parola ha ancora un valore.
E non è un tema di sensibilità. È un tema democratico. Perché quando il linguaggio si degrada, la politica si riduce a forza bruta: vince chi urla meglio, chi manipola di più, chi semplifica con più violenza. E a quel punto diventa secondario cosa pensi davvero: conta solo se riesci a imporre la tua emozione sull’altra.
La fede ideologica che si traveste da informazione
La seconda scena, quella descritta da Zhok, mi inquieta per un motivo diverso. Qui non c’è sempre aggressività. Spesso c’è persino un tono serio, “preoccupato”, moralmente ineccepibile. Eppure il risultato non cambia: si parla di un paese complesso come se fosse una fiaba con i buoni e i cattivi. Si invoca un rovesciamento, si sogna un’epopea, si immagina un popolo che “si libera” nel modo in cui ce lo raccontano i film.
Zhok fa un esempio che, da solo, basta a chiarire la trappola: l’Iran. La quantità di persone che, con toni pensosi o barricaderi, auspica un cambio di regime, una rivoluzione “giusta”, è impressionante. Poi però provi a chiedere cosa sappiano della Costituzione iraniana, dei dibattiti interni, delle fratture sociali e politiche, dei partiti e delle differenze reali. E trovi il vuoto. Non perché le persone siano stupide, ma perché sono state abituate a un’abitudine mentale: sostituire la conoscenza con la posizione morale.
È qui che nasce la tentazione più pericolosa: credere che bastino poche nozioni ripetute e qualche frammento emotivo per autorizzarsi a desiderare eventi drammatici per altri. La solidarietà verso chi soffre è una cosa seria. Ma la solidarietà non è una sceneggiatura. Non è tifo. Non è la ricerca di un “momento liberatorio” che ci faccia sentire parte del Bene. E soprattutto non può diventare una forma elegante di irresponsabilità: invocare rovesciamenti e sangue a migliaia di chilometri di distanza senza nemmeno sapere di cosa si parla.
E qui torna il filo nero con la prima scena: gli stessi meccanismi che producono i “leoni da tastiera” contro un politico producono anche i “rivoluzionari a distanza” contro un paese sconosciuto. In entrambi i casi, l’obiettivo non è capire. È esprimere una fede ideologica e sentirsi nel giusto, costruendo un nemico e una storia semplice.
E infatti, mentre ci si entusiasma per rivoluzioni lontane, a casa propria la stessa energia evapora. Sulle cose vicine ci si rassegna: tasse che pesano sempre sugli stessi, sanità pubblica abbandonata alle privatizzazioni, servizi pubblici che si sfilacciano, salari che non tengono il passo, burocrazia infinita, diritti che arretrano, repressioni normalizzate, governi che si alternano tra la menzogna e la manipolazione e la vita reale che resta inchiodata. Lì, improvvisamente, si ripete la formula che giustifica ogni resa: “è complicato”.
Allora mi chiedo: non è che quella passione per l’epica lontana serva anche a non guardare la nostra impotenza quotidiana? Non è che la rivoluzione degli altri diventi un surrogato, un modo di sentirsi vivi e coerenti senza dover affrontare il problema più duro: cambiare davvero qualcosa qui?
L’algoritmo come regista di massa
In mezzo a tutto questo c’è un attore invisibile che fa da regista: l’ecosistema social. Non è neutro. Spinge verso le forme più rapide e più polarizzanti di comunicazione. Premia l’indignazione, la derisione, la semplificazione. Trasforma la discussione in una gara di riflessi. E in una gara di riflessi, la complessità è perdente.
Il risultato è un paradosso amaro: abbiamo accesso a più informazioni che mai, ma fatichiamo a trasformarle in conoscenza. Abbiamo più possibilità di parlare, ma meno capacità di dialogare. Abbiamo più opinioni, ma meno argomenti. E più ci abituiamo a questo, più diventiamo manipolabili.
E qui il punto non è difendere qualcuno in quanto persona. Il punto è difendere la possibilità stessa di una politica adulta. Di uno spazio in cui ci si possa scontrare senza disumanizzarsi. In cui si possa criticare senza distruggere. In cui la parola non venga trattata come una pietra da lanciare e basta.
Che cosa fare, concretamente
Non credo alle formule miracolose, ma credo alle regole. Un luogo di discussione senza regole diventa sempre il dominio del più rumoroso. Per questo, chi gestisce uno spazio pubblico ha il diritto e il dovere di distinguere: tollerare la critica, respingere l’insulto. Non è censura: è igiene del confronto. È difesa del linguaggio come bene comune.
E poi c’è un lavoro che riguarda ciascuno di noi: reimparare la fatica del “non so”. Reimparare il gusto di leggere prima di giudicare. Reimparare a non desiderare per altri ciò che non avremmo il coraggio di desiderare per noi. Reimparare a non confondere un commento con un’azione politica.
Io, oggi, mi fido più di chi coltiva dubbi ragionati che di chi distribuisce certezze urlate. Mi fido più di chi prova a tenere il filo dell’ironia senza cadere nel disprezzo. Mi fido più di chi non scambia la propaganda per realtà, né la propria identità per una verità automatica.
Monito alla collettività
Il problema, però, è più grande di una pagina Facebook, più grande di un dibattito sull’Iran, più grande perfino dei social. Qui stiamo guardando un mutamento di clima, una mutazione culturale che rischia di diventare irreversibile: la rinuncia collettiva alla complessità come forma di libertà.
Perché la complessità non è un vezzo da intellettuali. È la materia stessa della democrazia. Una comunità democratica vive se sa distinguere, se sa pesare, se sa ascoltare e poi decidere. Quando smette di farlo, non diventa più diretta o più autentica. Diventa più manipolabile. Diventa più fragile. Diventa preda.
L’odio e l’epica sono due strumenti di governo. L’odio serve a creare bersagli, a incanalare frustrazioni, a farci litigare tra simili mentre il potere vero resta al riparo. L’epica serve a farci sognare altrove, a darci una dose quotidiana di indignazione o speranza teleguidata, così da non vedere la banalità feroce di ciò che accade sotto casa: lo smantellamento lento dei diritti, la normalizzazione della precarietà, la trasformazione della sanità e dell’istruzione in servizi a due, tre o più velocità, la criminalizzazione del dissenso, la riduzione della politica a marketing.
In questa atmosfera, l’insulto non è solo un gesto individuale: è un sintomo. È il segno di una società che sta perdendo il vocabolario per nominare la realtà e, non sapendo più nominarla, la prende a calci. È il segno di persone che confondono la forza con la brutalità, la sincerità con la volgarità, la libertà con l’impunità. E la rivoluzione invocata a distanza è l’altra faccia dello stesso cedimento: è la voglia di sentirsi protagonisti senza fare i conti con l’organizzazione, con la responsabilità, con la fatica di cambiare davvero.
Se non fermiamo questa deriva, succede una cosa precisa: ci abituiamo. Ci abituiamo a un linguaggio sempre più povero. Ci abituiamo a una politica sempre più isterica. Ci abituiamo al fatto che l’opinione valga quanto lo studio, che l’urlo valga quanto il ragionamento, che la battuta valga quanto la prova. Ci abituiamo perfino a perdere diritti, perché intanto siamo occupati a discutere del nulla, a inseguire il trend del giorno, a scegliere un nemico su cui scaricare la rabbia.
E quando una collettività si abitua, diventa governabile con pochissimo. Basta un’emergenza permanente, un nemico di turno, un racconto semplificato, una promessa facile. Basta tenere le persone in uno stato di eccitazione o di paura, alternando indignazione e distrazione come una terapia. È così che si spegne una democrazia senza bisogno di carri armati: le si toglie ossigeno, pezzo dopo pezzo, finché non resta che un guscio.
Ecco perché, per me, il punto non è soltanto educazione o buone maniere. Il punto è l’autodifesa civile. Difendere il linguaggio, la complessità, la fatica del confronto, non è moralismo: è resistenza. È il modo in cui una società evita di diventare un branco. È il modo in cui si impedisce al potere di usare le nostre emozioni contro di noi.
Se vogliamo davvero una politica diversa, dobbiamo cominciare da una scelta semplice e scomoda: smettere di vivere di riflessi. Smettere di fare i tifosi. Smettere di delegare la nostra coscienza a un feed. Tornare a studiare, a organizzarci, a discutere sul serio, a pretendere risultati, a costruire conflitti intelligenti, a fare comunità.
Io, a quella prigione, non voglio abituarmi. E credo che nessuno di noi dovrebbe farlo.
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