C’è un trucco vecchio come la propaganda: prendere un dato vero, isolarlo dal contesto, gonfiarlo con aggettivi e poi usarlo come prova generale di una “svolta”. Funziona perché parla alla pancia stanca di un Paese che vorrebbe credere a un finale migliore. Ma quando si riaprono i bilanci, i comunicati ufficiali e i report indipendenti, l’effetto è quello di una scenografia: da lontano sembra un palazzo, da vicino si vede il cartone.
La conferenza stampa di inizio anno della presidente del Consiglio ha provato a cucire insieme crescita, lavoro, salari, pensioni e casa in un unico racconto: “stiamo andando bene, le critiche sono esagerate, basta continuare così”. Il punto è che “così” significa, nei fatti, continuare a non intervenire sulle fratture strutturali dell’economia italiana mentre si vendono piccoli aggiustamenti come riforme epocali.
Crescita: lo 0,8% non è un “focus”, è una stagnazione con slogan
Se il 2026 è l’anno del “grande focus” sulla crescita, ci si aspetterebbe una strategia leggibile: investimenti mirati, politiche industriali coerenti, un disegno su energia e produttività. E invece l’Italia resta dentro una traiettoria di crescita debole.
La Commissione europea, nelle sue previsioni macroeconomiche, indica per l’Italia un Pil a +0,8% nel 2026 (dopo +0,4% nel 2025).
Non è un crollo, certo. Ma non è neppure quel “cambio di passo” che giustifica toni trionfali. È la fotografia di un Paese che procede a passo corto, appoggiandosi anche agli investimenti legati al PNRR, senza però liberare davvero produttività e innovazione. E qui sta la prima rimozione: la crescita non la fai per decreto, la fai sciogliendo nodi che disturbano interessi consolidati.
Su questo punto, anche il Financial Times ha parlato di perdita di slancio e di difficoltà del governo a varare riforme che aumentino la produttività quando rischiano di urtare poteri forti e rendite.
Tradotto: tanta comunicazione, poca chirurgia.
Lavoro: disoccupazione bassa, ma sale l’inattività
Il governo tende a mettere in vetrina un numero: disoccupazione al minimo. Ma un minimo può essere sano o malato, dipende da cosa c’è dietro.
I dati Istat su novembre 2025 dicono che il tasso di disoccupazione scende al 5,7%, ma nello stesso mese calano gli occupati (meno 34 mila) e aumentano gli inattivi tra 15 e 64 anni (più 72 mila).
Questa è la parte che nel racconto “andiamo benissimo” resta sempre in ombra: se una quota crescente di persone esce dal mercato del lavoro o smette di cercare, la disoccupazione può scendere anche mentre l’economia non crea lavoro buono e stabile.
In più, la dinamica per età conferma una fragilità di fondo: il mercato regge soprattutto perché l’Italia invecchia e perché le regole pensionistiche spingono a restare più a lungo, non perché stiamo aprendo una stagione di opportunità per giovani e fasce centrali.
Se il “successo” dipende dal fatto che la gente resta al lavoro perché non può permettersi di uscirne, quello non è successo: è necessità.
Salari: il “netto” come foglia di fico, mentre il potere d’acquisto resta indietro
Qui il gioco comunicativo è ancora più scoperto. Davanti al tema dei salari reali, la risposta tipica è: “guardate il netto, non il lordo; abbiamo tagliato il cuneo”. Ma il punto per chi lavora non è la retorica fiscale: è se a fine mese compra di più o di meno.
L’Istat, nelle “Prospettive per l’economia italiana 2025-2026”, scrive che le retribuzioni contrattuali in termini reali a settembre 2025 sono ancora inferiori dell’8,8% rispetto a gennaio 2021.
Quindi sì, in alcuni mesi gli aumenti contrattuali possono correre più dell’inflazione, ma il buco accumulato negli anni precedenti non è stato chiuso. È come vantarsi di aver smesso di affondare mentre si è ancora con l’acqua alla gola.
Quanto al cuneo, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha evidenziato che le misure strutturali introdotte con la legge di bilancio 2025 hanno effetti differenziati e che l’architettura fiscale può aumentare la sensibilità al drenaggio fiscale, erodendo nel tempo i benefici.
E poi c’è un punto “sociale” che nel racconto sparisce: molte famiglie, anche con redditi non alti, perdono pezzi di agevolazioni legate all’Isee quando i parametri non seguono davvero l’aumento del costo della vita. Il netto può migliorare di qualche decina di euro, mentre altrove ti si chiudono porte. La propaganda somma solo ciò che conviene sommare.
E sul salario minimo, la postura resta ideologica: lo si respinge come se fosse una bandiera “dell’opposizione”, mentre in molti settori la compressione salariale è diventata strutturale. Il risultato è una crescita dell’occupazione spesso concentrata in lavori a basso valore aggiunto e bassa paga, che non alimentano consumi robusti.
Potere d’acquisto: quando i numeri diventano elastici
Un altro classico: trasformare un miglioramento parziale in un salto storico. L’Istat, nel comunicato sui conti trimestrali del III trimestre 2025, indica che il reddito disponibile lordo delle famiglie consumatrici cresce del 2,0% sul trimestre precedente e, con un deflatore dei consumi a +0,2%, il potere d’acquisto aumenta dell’1,8%.
Ma lo stesso comunicato aggiunge un dettaglio decisivo: i consumi crescono solo dello 0,3% e la propensione al risparmio sale all’11,4%.
Questo non è il segnale di famiglie “più ricche”: spesso è il segnale di famiglie più prudenti, che rinviano spese perché vivono incertezza, temono bollette, mutui, sanità privata, futuro dei figli. Quando i consumi restano deboli, anche la crescita resta debole. Il governo, invece, prende l’etichetta “potere d’acquisto in aumento” e la vende come prova che “le politiche funzionano”, ignorando la parte che racconta la paura.
Pensioni: “abbiamo evitato l’aumento” oggi, ma lo rinviamo domani
Sul capitolo pensioni la narrazione gioca sul breve periodo: “abbiamo limitato l’aumento”. È vero che alcuni aggiustamenti attenuano lo scatto immediato, ma il quadro resta quello di un sistema che spinge progressivamente verso pensionamenti più tardivi.
Fonti sindacali e stampa economica hanno riportato il meccanismo di adeguamento dei requisiti dal 2027 e le dinamiche previste negli anni successivi.
In parallelo, la manovra 2026 restringe ulteriormente i canali di uscita anticipata: Quota 103 e Opzione Donna non vengono prorogate secondo diverse ricostruzioni di stampa e analisi specialistiche.
Qui la contraddizione politica è lampante: per anni “abolire la Fornero” è stato un mantra identitario della destra. Poi, una volta al governo, si scopre che i conti non consentono miracoli e si passa dal megafono al tecnicismo: piccoli correttivi, rinvii, tagli di platea. Il problema non è la necessità di sostenibilità. Il problema è la menzogna originaria: promettere ciò che sai di non poter mantenere, e poi chiamare “riforma responsabile” la retromarcia.
Casa: il “piano in arrivo” come eterno annuncio
Sul piano casa siamo alla politica come teaser: “sta arrivando”, “è in dirittura”, “ci stiamo lavorando con i corpi intermedi”. Peccato che, quando si va a vedere la disponibilità reale di risorse, il quadro sia molto più magro dei proclami.
A dicembre 2025 diverse ricostruzioni hanno segnalato fondi ridotti rispetto alle ipotesi iniziali: 100 milioni per il 2026 e 100 per il 2027, dopo tagli e riformulazioni in corso di manovra.
E l’idea di fondo che circola è quella dei partenariati pubblico-privato: tradotto, lo Stato apre la porta e il privato fa business, spesso con rendimenti garantiti e rischio sociale scaricato altrove.
Nel frattempo, l’emergenza abitativa resta: affitti che esplodono, giovani espulsi dalle città, famiglie che reggono con redditi stagnanti. La politica degli annunci non costruisce case, costruisce aspettative. E quando l’aspettativa cade, resta solo la frustrazione.
Crisi industriali: automotive e Ilva, tra scaricabarile e “salvatori” improbabili
Sull’automotive la linea è: “colpa dell’Europa”. Ma i numeri raccontano che l’Italia sta perdendo capacità produttiva in modo drammatico.
Secondo Reuters, nel 2025 la produzione di veicoli Stellantis in Italia è scesa a 379.706 unità (meno 20% annuo), e le sole auto a 213.706, minimo dal 1954.
Qui la propaganda si aggrappa alla parola “incentivi”, ma gli incentivi senza strategia industriale sono cerotti: tamponano, non curano. E intanto la filiera soffre, gli stabilimenti invecchiano, i modelli slittano, la concorrenza globale morde.
Sul dossier ex Ilva, invece, il governo promette fermezza contro operazioni “predatorie”. Però le trattative con fondi specializzati in distressed assets mostrano quanto la situazione sia delicata: il Financial Times ha riportato offerte da parte di fondi statunitensi, fra cui Flacks Group, per l’acciaieria.
È un settore che richiede competenze industriali, investimenti enormi e una governance pubblica capace di tenere insieme ambiente, lavoro e tecnologia. Ma la politica italiana, da decenni, arriva sempre alla stessa scena: emergenza, commissariamento, “soluzione in arrivo”, e intanto miliardi pubblici per tenere in vita un gigante senza un destino chiaro.
Il punto politico: non è solo economia, è un metodo
Alla fine, il cuore della questione non è un decimale di Pil. È il metodo con cui si governa il consenso.
1. Si sostituisce la politica economica con la comunicazione economica.
2. Si selezionano i dati utili e si oscurano quelli scomodi.
3. Si costruisce una narrazione di “normalità” mentre sotto cresce precarietà, sfiducia e rinuncia.
E quando qualcuno contesta, si risponde con due mosse: o si accusa il critico di disfattismo, o si sposta la colpa su un nemico esterno (l’Europa, i mercati, chi c’era prima). È una tecnica di potere: non serve vincere la realtà, basta vincere la cornice.
Ma la realtà torna sempre a presentare il conto. La crescita asfittica non si risolve con gli slogan. L’inattività non si cancella con i tweet. I salari reali non risalgono con i giochi di prestigio sul “netto”. Il diritto alla casa non nasce da un annuncio, ma da cantieri, risorse e regole.
Se questo governo vuole davvero parlare di economia, smetta di trattarla come una conferenza stampa permanente. E cominci a trattarla come ciò che è: la vita concreta delle persone, dove ogni punto percentuale non è un titolo, ma una spesa rimandata, una visita privata pagata, un figlio che parte, un affitto che non si regge più.
Fonti essenziali
• Il Fatto Quotidiano, “Crescita, lavoro, salari, pensioni e piano casa: cosa non torna nel racconto di Meloni sull’economia italiana”, 9-10 gennaio 2026.
• Commissione europea, previsioni macroeconomiche per l’Italia (Pil 2026: 0,8%).
• Istat, “Occupati e disoccupati (dati provvisori) – Novembre 2025”.
• Istat, “Le prospettive per l’economia italiana nel 2025-2026” (salari reali -8,8% vs gennaio 2021).
• Istat, “Conto trimestrale AP, reddito famiglie, profitti società – III trimestre 2025” (potere d’acquisto, consumi, risparmio).
• Reuters, produzione Stellantis in Italia 2025 (minimi storici).
• Financial Times, analisi su economia italiana e produttività.
• Financial Times, offerte per Acciaierie d’Italia (ex Ilva).
• Corriere della Sera, fondi ridotti per Piano Casa in manovra.
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