Dal -8% Istat al salario minimo: la povertà che lavora entra nelle case
Alla cassa del supermercato non si discute più. Si paga e basta.
Si guarda il totale, si sospira, si passa il bancomat. Poi, uscendo, si fa mentalmente l’elenco di quello che la prossima volta resterà sullo scaffale.
La carne un po’ meno.
Il detersivo in offerta.
La frutta solo di stagione.
La visita specialistica rimandata.
Il tagliando dell’auto “più avanti”.
È così che oggi si misura il potere d’acquisto: non nei convegni, ma nei carrelli.
E mentre milioni di persone fanno questo esercizio ogni settimana, un dato ufficiale racconta la verità che molti fingono di non vedere: a dicembre 2025 le retribuzioni contrattuali, in termini reali, sono ancora inferiori dell’8,1% rispetto a gennaio 2021.
Quattro anni dopo.
Con tutta la retorica sulla ripresa.
Con tutte le promesse di rilancio.
Quando lo stipendio insegue la vita e perde sempre
Nel 2025 gli stipendi sono cresciuti, in media, del 3,1%.
Nel privato un po’ di più, nel pubblico un po’ di meno.
Ma basta confrontare questi numeri con l’andamento dei prezzi per capire l’inganno.
Gli stipendi salgono piano.
La vita corre.
Bollette, affitti, benzina, farmaci, assicurazioni, mutui.
Tutto si muove più veloce del salario.
È una rincorsa persa in partenza.
Una specie di tapis roulant sociale: cammini, ti stanchi, ma resti fermo.
Contratti scaduti, attese infinite
Poi c’è la questione dei contratti.
Nella pubblica amministrazione, per anni, i rinnovi sono arrivati in ritardo.
Interi trienni chiusi fuori tempo massimo.
Oggi circa 5,5 milioni di lavoratori attendono ancora un rinnovo, con un’attesa media di quasi 19 mesi. Oltre la metà sono dipendenti pubblici.
Tradotto nella vita reale: mesi in cui lo stipendio resta fermo mentre tutto aumenta.
Non è un problema tecnico.
È una scelta politica.
Quando rinvii i contratti, rinvii il reddito.
Quando rinvii il reddito, scarichi l’inflazione sulle persone.
E lo fai in silenzio.
Il trucco del “netto che consola”
Di fronte a questa erosione continua, qualcuno risponde: “Però il netto è cresciuto”.
È vero, in parte.
Grazie a bonus, detrazioni, decontribuzioni.
Ma è come mettere una pezza su una gomma bucata.
Perché il netto consola oggi.
Il lordo costruisce domani.
Sul lordo si basano pensioni, TFR, tutele.
Se resta basso, il futuro si impoverisce.
Stiamo barattando qualche euro in più oggi con insicurezza domani.
Lavoro che rallenta, fabbriche che tremano
Intanto anche il fronte produttivo manda segnali preoccupanti.
Nel 2025 la cassa integrazione mostra un aumento delle situazioni di crisi strutturale, soprattutto nel metalmeccanico e nelle telecomunicazioni.
Non è un sistema che cresce.
È un sistema che resiste.
Che tira avanti.
Che spera di non crollare.
E in questi equilibri fragili, il primo a pagare è sempre chi lavora.
Un Paese che si è abituato al lavoro povero
La verità è che l’Italia si è rassegnata.
Si è rassegnata all’idea che si possa lavorare e restare poveri.
Che l’occupazione basti, anche se non garantisce una vita dignitosa.
Siamo diventati un Paese in cui “avere un lavoro” non significa più “stare tranquilli”.
Significa arrangiarsi.
In questo contesto, l’assenza di un salario minimo nazionale pesa come un macigno.
Senza una soglia, tutto scende.
E quando tutto scende, vince sempre chi è già forte.
Un segnale dalla Campania
In questo deserto, un segnale è arrivato dalla Campania.
Dopo le elezioni regionali del novembre 2025, il presidente della Campania Roberto Fico ha promosso un provvedimento che introduce una soglia minima di 9 euro lordi negli appalti pubblici regionali, con aggiornamento annuale.
Non è la soluzione definitiva.
Non risolve tutto.
Ma dimostra che si può fare.
Che non è vietato difendere i salari.
Che non è impossibile dire “sotto questa cifra no”.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché non a livello nazionale?
Cosa serve davvero, adesso
Non servono miracoli.
Servono scelte.
Rinnovi contrattuali rapidi e dignitosi.
Una soglia salariale nazionale effettiva.
Una politica dei redditi che guardi anche alle pensioni.
Serve smettere di considerare la povertà lavorativa un effetto collaterale accettabile.
quando il lavoro smette di essere promessa
C’è stato un tempo in cui lavorare significava costruire qualcosa.
Una casa.
Una sicurezza.
Un futuro per i figli.
Non era un paradiso.
Ma era un patto.
Oggi quel patto si è rotto senza rumore.
Si lavora di più.
Si corre di più.
Si resiste di più.
E si ottiene di meno.
La povertà non arriva più come una frattura improvvisa.
Arriva per sottrazione.
Un euro in meno qui.
Un rinvio là.
Un sogno accantonato più in là.
Fino a quando ci si accorge che non si sta più vivendo: si sta gestendo la sopravvivenza.
Il punto politico, alla fine, è tutto qui.
Un Paese che accetta il lavoro povero accetta cittadini deboli.
Accetta persone stanche.
Accetta una democrazia fragile.
Perché chi è sempre in affanno non ha tempo per partecipare.
Non ha energie per protestare.
Non ha spazio per immaginare.
Non ha neppure la volontà di andare a votare. 
E questo fa comodo a molti.
Difendere i salari non è una questione tecnica.
È una scelta di civiltà.
Significa decidere se il lavoro deve restare una promessa o diventare una trappola.
Se deve dare dignità o solo fatica.
Se deve aprire il futuro o chiuderlo.
Non servono eroi.
Servono governi responsabili.
Sindacati coraggiosi.
Imprese che smettano di competere al ribasso.
Cittadini che non si rassegnino.
Perché la normalizzazione della povertà non è inevitabile.
È una costruzione politica.
E come tutte le costruzioni, può essere smontata.
Pezzo dopo pezzo.
Scelta dopo scelta.
Lotta dopo lotta.
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