CI SONO DUE ITALIE, MA IL FANGO È LO STESSO PER TUTTI

Quando il mare entra in casa, le colpe “geografiche” sono solo un alibi: le responsabilità vere stanno nelle scelte pubbliche

In questi giorni, davanti alle immagini del ciclone mediterraneo “Harry” (18–21 gennaio 2026), ho provato una rabbia doppia. La prima è quella normale, umana: coste sventrate, strade mangiate dal mare, case con l’acqua dentro, ferrovie interrotte, comunità che spalano fango e sale con le proprie mani. La seconda è più amara, perché riguarda noi italiani: non la tempesta, ma il modo in cui scegliamo di raccontarla.

Perché quando il disastro colpisce Sicilia, Calabria e Sardegna, troppo spesso parte un processo. E il banco degli imputati è sempre lo stesso: “il Sud”, come se fosse una categoria morale prima che geografica.

Qui non parliamo di un temporale qualsiasi. Parliamo di un evento estremo con scirocco fino a 120 km/h, mareggiate con onde fino a 10 metri e piogge eccezionali, con accumuli localmente oltre i 300 mm: un colpo duro a strade, ferrovie, porti, traghetti e aeroporti, insomma alla vita quotidiana di territori già fragili.

Eppure, appena si alza la schiuma, si alza anche il dito. Sui social e in certe narrazioni “da salotto”, al Sud la tragedia diventa colpa: abusivismo, incuria, “mentalità”. Come se la pioggia facesse selezione etica, e come se il mare chiedesse il codice di avviamento postale prima di entrare in casa. Intanto, quando l’acqua arriva altrove, si parla (giustamente) di emergenza, solidarietà, ricostruzione. Non di espiazione.

La cosa più ipocrita è che questa retorica convive benissimo con un’altra verità, tutta italiana: lo Stato che moralizza dal pulpito è lo stesso Stato che, quando gli conviene, ha coltivato negli anni la cultura del “poi sistemiamo”, anche con tre grandi condoni edilizi (1985, 1994, 2003). Ogni volta lo stesso messaggio implicito: il confine tra regola e deroga è negoziabile.

E infatti il punto che si finge di non vedere è questo: la vulnerabilità non nasce solo dal singolo edificio fuori posto. Nasce da un modello. Da decenni di governo del territorio a spinta, a macchia, a emergenze. E soprattutto nasce da una parola che in Italia pronunciamo poco, perché costa fatica e non porta voti immediati: manutenzione.

Manutenzione vuol dire fossi, canali, versanti, boschi, alvei, tombini, briglie, spiagge, scogliere, reti fognarie, monitoraggi, piani comunali aggiornati, vincoli rispettati, controlli veri. Vuol dire spendere prima, non piangere dopo.

E qui arriva la frase che dovrebbe inchiodare tutti, Nord e Sud: il dissesto idrogeologico non è “un problema del Meridione”. ISPRA dice che il 94,5% dei comuni italiani convive con almeno una forma di rischio tra frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. Non è un’eccezione geografica: è una condizione nazionale.

A questo si aggiunge un altro dato che è una sentenza: continuiamo a impermeabilizzare il Paese. ISPRA, nel suo rapporto sul consumo di suolo, parla di un ritmo medio che resta attorno a 20 ettari al giorno (con la conseguente perdita dell’“effetto spugna” del terreno).
È matematica, non ideologia: se sigilliamo il terreno, l’acqua non entra più dove dovrebbe, corre dove può, e presenta il conto nei punti più deboli.

Allora la domanda vera non è “di chi è la colpa, al Sud”. La domanda vera è: perché continuiamo a comportarci come se gli eventi estremi fossero parentesi, quando ormai sono una traiettoria?

Su Harry, le analisi diffuse in questi giorni lo descrivono come un evento emblematico in un contesto che cambia: un Mediterraneo più caldo e instabile, capace di trasformare il maltempo in violenza concentrata.
E non serve un’illuminazione: basta guardare la frequenza con cui passiamo da siccità a nubifragi, da mare calmo a mare devastante, come se il Mediterraneo stesse imparando un linguaggio nuovo, più duro.

Poi però arriva l’altra vergogna, quella tutta nostra: invece di prendere questi eventi come uno specchio, una parte del Paese li usa come clava identitaria. È veleno. Veleno che diventa terreno perfetto anche per le uscite complottiste e razziste sotto certi post: non spiegano nulla, non aiutano nessuno, servono solo a sporcare ulteriormente un dolore reale.

Quando manca una strategia nazionale, ogni territorio diventa “colpevole” a piacere, a seconda della latitudine e del talk show. E intanto si ripete lo stesso film: emergenza, sopralluoghi, promesse, qualche stanziamento “per i primi interventi urgenti”, poi silenzio. Anche in questi giorni si è parlato di danni enormi e stime pesanti (solo in Sicilia si è arrivati a parlare di centinaia di milioni).
Ma se restiamo lì, è solo un cerotto su una frattura.

E qui entra, inevitabile, il tema del Ponte sullo Stretto. Perché se c’è un simbolo perfetto della “doppia Italia”, è proprio questo: da una parte l’opera-monumento, dall’altra le infrastrutture reali che cadono a pezzi mentre la gente spalava fango.

Parliamoci chiaro: io non sto facendo propaganda contro un’idea in astratto. Sto parlando di priorità, di tempi, di scelte. Il progetto del ponte, con opere connesse, viene stimato nell’ordine di 13,5 miliardi di euro.
E intanto, nella Calabria ionica colpita da Harry, ci sono ancora tratti serviti da una ferrovia a binario unico, spesso non elettrificata, e da una statale come la 106 che è diventata un incubo quotidiano.
In Sicilia e nel Messinese, frane e alluvioni sono un trauma ripetuto, e la rete di collegamenti locali resta fragile proprio dove dovrebbe essere più robusta.

Capite la stonatura? Io posso anche discutere per anni di campate, tiranti, record ingegneristici. Ma se poi, nel mondo reale, una mareggiata “mangia” strade, porti, ferrovie e sottoservizi, il ponte diventa una vetrina accesa sopra una casa con l’impianto elettrico bruciato.

E non è nemmeno un ragionamento teorico: sul ponte si è aperta una partita istituzionale e contabile pesante, con discussioni e stop che hanno rimesso al centro proprio la questione della spesa pubblica e delle procedure.
Nel frattempo, però, la manutenzione vera non ha lobby, non taglia nastri, non produce rendering. Produce solo una cosa che in Italia sembra rivoluzionaria: sicurezza.

Se vogliamo uscire dalla farsa crudele del “due Italie”, io la metterei così, senza slogan e senza ipocrisie.

I) Piano permanente di manutenzione del territorio, con risorse stabili e verifiche pubbliche: non progetti a singhiozzo, non bandi che restano nei cassetti, non competenze rimpallate.

II) Stop alla cementificazione facile e al consumo di suolo, con rigenerazione dell’esistente: se continuiamo a sigillare terreno, continuiamo a pagare alluvioni e frane.

III) Difesa costiera e adattamento climatico seri: mareggiate ed erosione non sono più “eventi rari”, sono una nuova normalità, soprattutto nel Mediterraneo.

IV) Legalità coerente: basta usare la parola “abusivismo” come insulto selettivo e poi rendere la deroga una politica. Se la regola vale, vale ovunque, e vale prima del disastro.

V) Racconto mediatico decente: la solidarietà non può dipendere dal capoluogo. Le vittime non devono presentare domanda di umanità, né giustificarsi per meritare aiuto.

Perché alla fine il punto è semplice, ed è quello che mi fa più rabbia: senza manutenzione e prevenzione, queste tragedie non diminuiranno, aumenteranno. E colpiranno ovunque, come già accade. Solo che noi, invece di fare squadra contro il rischio, ci dividiamo per abitudine, e trasformiamo il dolore in una guerra tra poveri.

Il fango, però, non fa tifo. Entra. E quando entra, la geografia delle colpe è solo un alibi. La geografia delle responsabilità, invece, è chiarissima: sta in alto, dove si decide se mettere in sicurezza l’Italia o continuare a spendere dopo, piangendo prima in TV e dimenticando poi nei bilanci.