C’è una domanda che oggi non possiamo più trattare come una frase da convegno o un titolo da editoriale: chi rifonderà la democrazia? Perché la democrazia, quella sostanziale, non sta “in salute” e non sta nemmeno “male”. Sta in terapia intensiva. E la cosa più inquietante è che la diagnosi non riguarda un singolo Paese, né un singolo governo: riguarda un clima generale, una deriva comune, un modo di intendere la politica come gestione dell’emergenza permanente.
E allora Minneapolis, all’improvviso, diventa più vicina di quanto ci piaccia ammettere.
Nel Minnesota, in questi giorni, si è acceso un conflitto durissimo intorno alle operazioni dell’ICE, la milizia federale, simil Gestapo, che negli Stati Uniti si occupa di immigrazione e deportazioni, che annovera tra i suoi capi quel Greg bovino che si lascia immortalare in divisa da SS nazista. Il punto non è solo la “linea dura”: è il tipo di società che quella linea dura costruisce. Paura quotidiana, retate, famiglie che si chiudono in casa, comunità che si trasformano in bersagli. La reazione, però, non è stata l’ennesimo appello alle istituzioni, né la solita protesta rituale da social network. È stata una città che si è organizzata come ci si organizza sotto un’occupazione.
Parliamo di una resistenza capillare: vicini che fanno la spesa per chi non può uscire, che portano fuori la spazzatura, che aiutano con i panni, che “coprono” le famiglie terrorizzate dal rischio di essere deportate per strada. E poi i gruppi di osservatori sul territorio, con fischietti e megafoni, pronti a lanciare l’allarme quando arrivano “i miliziani”. Un codice semplice, popolare, quasi arcaico: “La migra, la migra”. Non è solo attivismo. È la società civile che smette di delegare e ricomincia a proteggersi da sola.
Il cuore di questa vicenda, infatti, non sta soltanto nella cronaca. Sta nel salto mentale: quando una comunità capisce che non basta più “essere dalla parte giusta”, non basta più indignarsi, non basta più votare. Deve agire. Deve diventare struttura.
Ed è qui che la domanda iniziale cambia consistenza: chi rifonderà la democrazia? Forse la rifonderà chi, davanti allo Stato che si trasforma in milizia, scopre di avere ancora un’arma antica e potentissima: il mutuo appoggio.
Minneapolis non è un caso isolato. Nelle proteste di gennaio 2026 si è arrivati persino a una forma di sciopero sociale ed economico, con chiusure di attività e partecipazione di sindacati, comunità religiose, studenti. Il messaggio è chiarissimo: se lo Stato usa la forza per spezzare la vita delle persone, allora una città può usare la propria vita quotidiana come leva di resistenza.
E dentro questa storia c’è un elemento che la rende ancora più esplosiva: la tensione è salita anche dopo l’uccisione di Renée Good, una cittadina statunitense vittima di un’esecuzione da un agente dell’ICE. È uno di quei punti di rottura che strappano via la maschera, perché mostrano una cosa semplice: quando la repressione diventa sistema, non colpisce più solo “gli altri”. Colpisce chiunque finisca nella traiettoria della violenza istituzionale.
A questo punto però bisogna fare un passo in più, quello che spesso manca nei commenti rapidi e nelle analisi superficiali: il mutuo appoggio non è un gesto “buono”. È un pezzo di politica concreta. È la materia prima con cui si costruiscono comunità resistenti. Ma soprattutto è un indizio: significa che la distinzione tra “società civile” e “militanza” salta, si dissolve. La città intera diventa organismo.
E qui si tocca un nervo scoperto dell’Occidente contemporaneo: la democrazia non muore sempre con i carri armati. Spesso muore con la normalità. Muore quando la paura diventa routine, quando la delazione diventa cultura, quando la propaganda trasforma un essere umano in bersaglio. E poi, un giorno, muore anche il linguaggio. Perché quando un governo riesce a far passare l’idea che esistono vite “meno degne”, allora la democrazia ha già perso. Anche se formalmente voti ancora, anche se formalmente il Parlamento è aperto, anche se formalmente la Costituzione non è stata abolita.
Il punto è che tutto questo non riguarda solo l’immigrazione. Qui entra il tema grande e centrale: l’intreccio tra guerra esterna, nemico interno e crisi climatica.
Da anni la crisi climatica produce eventi estremi che non sono più eccezioni, ma anticipazioni del futuro: incendi, alluvioni, uragani, siccità. Eppure la politica globale sembra aver “spostato lo sguardo”. La scena è occupata dalle guerre, dagli armamenti, dalla retorica bellica che divora ogni cosa. La guerra diventa la lente con cui si interpreta il mondo, e quindi anche il modo con cui si decide dove mettere i soldi, le tecnologie, le priorità, perfino l’educazione.
La conseguenza è una corsa agli armamenti che non è solo “quantitativa”, ma qualitativa. Non parliamo soltanto di bombe e carri armati: parliamo di droni, satelliti, sistemi di sorveglianza, intelligenza artificiale, reti informatiche. La guerra moderna è un ecosistema tecnologico. E proprio qui entra in gioco l’aspetto più inquietante: queste tecnologie sono quasi tutte “dual use”. Cioè possono essere usate fuori e dentro. Su un fronte e in una città. Contro un esercito e contro una popolazione.
In altre parole: il riarmo non è soltanto preparazione alla guerra esterna. È anche preparazione al controllo interno.
Ed è esattamente quello che vediamo, in forme diverse, negli Stati Uniti e in Europa: confini trasformati in laboratori di sorveglianza, dati trasformati in catene, algoritmi trasformati in giudici invisibili. Un esempio concreto, documentato, è l’uso crescente di strumenti di analisi e incrocio dati per l’enforcement migratorio, con il ricorso a tecnologie e servizi di tipo predittivo e investigativo.
Questo meccanismo, però, non resta “ai confini”. Scivola dentro la vita sociale. Perché ciò che si sperimenta sui corpi più fragili, prima o poi, diventa standard.
Ecco perché Minneapolis non è solo un episodio americano. Minneapolis è un segnale. È la prova che l’idea del nemico interno non è propaganda astratta: è un dispositivo operativo. Oggi il nemico interno sono i migranti. Domani saranno i dissidenti. Dopodomani saranno i poveri, i superflui, i “problematici”, quelli che protestano perché hanno perso tutto in un’alluvione o perché vivono in un quartiere contaminato o perché non hanno più diritto a un futuro.
E qui il cerchio si chiude con ciò che abbiamo visto a Valencia dopo le catastrofiche alluvioni del 2024: centinaia di migliaia di persone in piazza, rabbia sociale, sfiducia verso le istituzioni accusate di incapacità e ritardi, e allo stesso tempo un enorme protagonismo dal basso, con reti di volontariato e solidarietà. Quando lo Stato fallisce, la comunità tenta di salvare ciò che può. Ma quella solidarietà, se resta solo emergenza, non basta: deve diventare forza politica, capacità di pressione, struttura permanente.
E allora la domanda torna, più pesante di prima: come si rifonda la democrazia, se i governi sembrano muoversi tutti dentro la stessa nebbia tossica, quella della guerra come orizzonte naturale?
Perché la guerra non è solo un evento. È un linguaggio. È un’educazione sentimentale. È un modo di guardare l’altro. E quando la guerra diventa il respiro della politica, tutto il resto viene riorganizzato intorno a quel respiro: l’economia, la ricerca, la scuola, l’informazione. Persino la parola “sicurezza” cambia senso: non è più protezione della vita, è protezione dell’ordine. E l’ordine, quando si fa ossessione, diventa sempre repressione.
È qui che il mutuo appoggio assume un significato enorme: non è beneficenza. È ricostruzione di una sovranità popolare reale. È la politica che torna a essere ciò che dovrebbe essere: cura collettiva della vita.
Ma c’è un punto cruciale che non va romanticizzato. Le reti di solidarietà non bastano se restano solo “buone pratiche”. Se non diventano comunità strutturate, permanenti, capaci di contare. Capacità di confliggere, quando serve. Capacità di imporre un limite al potere.
Perché oggi il potere, troppo spesso, ha una strategia semplice: frammentare, isolare, spaventare. Ognuno chiuso nella sua paura. Ognuno convinto di essere solo. Ognuno persuaso che “non si può fare niente”. È una forma di ipnosi sociale: ti lasciano parlare, ma ti impediscono di agire.
Ecco perché il fischietto di Minneapolis è più di un dettaglio. È un simbolo di risveglio. È l’opposto dell’ipnosi. È il suono che interrompe la normalità. È la prova che la società può ancora reagire, può ancora inventarsi, può ancora proteggersi.
E allora, alla fine, la risposta alla domanda iniziale non è una formula: è una direzione.
La democrazia non verrà rifondata da chi la svuota ogni giorno in nome dell’emergenza, della sicurezza, della disciplina, della guerra. Verrà rifondata da chi rimette al centro la vita concreta: chi difende la persona che rischia di essere trascinata via, chi ricostruisce comunità dove lo Stato costruisce paura, chi trasforma la solidarietà in organizzazione.
E se devo dirlo in modo netto, senza diplomazie: oggi la democrazia ricomincia dove la gente smette di aspettare permessi.
Ricomincia dal basso, o non ricomincia affatto.
Fonti essenziali
Articolo di Guido Viale, Chi rifonderà la democrazia?
The Guardian, proteste e blackout economico in Minnesota contro ICE (23 gennaio 2026).
TIME, “Day of Truth and Freedom” e mobilitazione in Minnesota (23 gennaio 2026).
Al Jazeera, aziende chiuse e protesta contro ICE a Minneapolis (23 gennaio 2026).
RSI, reportage “Minneapolis, una città sotto assedio” (16 gennaio 2026).
American Immigration Council, uso di AI e servizi digitali nell’enforcement di ICE (18 dicembre 2025).
Le Monde, proteste a Valencia dopo le alluvioni e crisi di fiducia istituzionale (9 novembre 2024).
LSE Blog, analisi politica e istituzionale delle alluvioni in Spagna e accountability (24 gennaio 2025).
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.